Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Un fallimento insanguinato

Posted by Folco Zaffalon su 11 gennaio, 2009

di Yacov Ben Efrat
ANALISI

Israele e Hamas sono d’accordo su una cosa: il reciproco non-riconoscimento. Israele non intende riconoscere Hamas – e non solo per il carattere di questa organizzazione, ma anche e specialmente perché vuole favorire il suo partner palestinese moderato, Abu Mazen. Quanto ad Hamas, il non-riconoscimento di Israele è diventato un principio ideologico. Tuttavia, nella realtà che si è determinata con il disimpegno di Israele da Gaza nel 2005, l’uno dipende dall’altro. Israele non può fare a meno di Hamas, che governa la Striscia, e Hamas non può fare a meno di Israele, che controlla i varchi, cioè controlla l’acqua, l’elettricità, la farina e ogni chilogrammo di beni che entra o esce. Questa reciproca dipendenza rende necessario un mediatore accettabile da entrambe le parti. Finora tale funzione è stata svolta dall’Egitto, che governava Gaza prima della conquista israeliana nel 1967 e controlla ancora oggi l’unico varco che consente la comunicazione tra Gaza e il mondo esterno: Rafah, in direzione del Sinai.
Tuttavia, per quanto riguarda Gaza, l’Egitto non è un mediatore disinteressato. Da quando Hamas ha cacciato Fatah e ha preso il controllo su Gaza nel giugno 2007, su certi punti gli interessi egiziani e quelli israeliani coincidono. La lotta di Hamas contro Israele e Fatah non dà tanto fastidio all’Egitto. Ma la cosa che l’Egitto non può sopportare è il ruolo di Hamas come appendice dei Fratelli musulmani, che in Egitto costituiscono il principale movimento di opposizione al regime di Mubarak. Prima che Hamas espellesse l’Autorità palestinese da Gaza, l’Egitto aveva cercato di lavorare con i leader di Hamas per portarli su posizioni più moderate; nella Striscia era presente una delegazione egiziana permanente. Dopo la mossa di Hamas però l’Egitto ha modificato la sua politica, mirando al ritorno di Abu Mazen a Gaza.
Il rovesciamento operato da Hamas a Gaza ha avuto inoltre l’effetto di intensificare il blocco della Striscia da parte di Israele. Questo blocco è cominciato nel 2005, dopo il disimpegno unilaterale compiuto da Sharon (il disimpegno contribuì significativamente al rafforzamento di Hamas e infine al suo dominio a Gaza). Cercando un modo per alleggerire il blocco, Hamas identificò l’Egitto come un punto debole; ossia, attraverso l’Egitto, pensava di poter ottenere l’apertura del valico di Rafah. Hamas ha provato a mettere in imbarazzo Mubarak presentandolo come favorevole al blocco israeliano, come un traditore che volta le spalle ai palestinesi sofferenti. A loro volta, i Fratelli musulmani in Egitto hanno usato Hamas per demolire Mubarak. I razzi su Sderot non avevano il solo scopo di fare pressione su Israele; erano rivolti contro il Cairo, per minare il regime egiziano.
Nella seconda metà del 2008, tra Israele e Hamas è stato concordato un periodo di calma (tadhiyya). Mentre questo si avvicinava alla fine, il direttore dei servizi segreti egiziani Omar Suleiman e il rappresentante del Dipartimento della difesa israeliano Amos Gil`ad hanno messo a punto una ricetta per cambiare le cose. Questa avrebbe incluso un canale parallelo di colloqui di riconciliazione tra l’Autorità palestinese e Hamas. Il destino della tadhiyya, comunque, richiedeva un accordo tra Abu Mazen e il leader di Hamas Khaled Mashal. Abu Mazen ha accettato la bozza egiziana, che favoriva l’Autorità palestinese e Israele, ma Hamas l’ha rifiutata dichiarando che la tadhiyya è inutile se i varchi restano chiusi. Come condizione per continuare la tadhiyya, Hamas chiedeva che essi fossero aperti sotto il suo controllo. Questa posizione è stata interpretata come una richiesta di riconoscimento del suo potere a Gaza. A quel punto, l’operazione israeliana Piombo fuso era solo questione di tempo.

IL RITORNO AL CAIRO
Hamas sperava di modificare la proposta egiziana sostituendo il mediatore. Qui sono entrati in scena il Qatar e la Turchia, che contavano sui risultati ottenuti in questo ruolo in passato. Il Qatar aveva presieduto all’Accordo di Doha tra Hezbollah e il governo libanese; la Turchia aveva promosso nuovi colloqui tra la Siria e Israele. Tuttavia in questa congiuntura l’Egitto ha mostrato i denti rivolgendo a Hamas critiche pungenti, mentre l’Arabia saudita ha sostenuto la stessa linea attraverso i suoi pundit politici. Israele, dal canto suo, ha aumentato la pressione facendo sempre più vittime. La mediazione del Qatar è fallita quando l’Emiro ha condannato Israele attraverso la sua arma principale, al Jazeera. Il premier turco Erdogan non ha resistito all’impatto delle dimostrazioni nel suo paese e l’ha attaccato anche lui, cosa che in Israele ha destato molta sorpresa.
Per queste ragioni, i tentativi di Hamas di sfuggire alla mediazione egiziana sono andati a vuoto. Dopo undici giorni di combattimenti e di massacri, una delegazione di Hamas a basso livello è stata costretta a tornare al Cairo per discutere un cessate il fuoco. Oggi l’Egitto offre a Hamas di tornare alla tadhiyya, a condizione che questo accetti la supervisione di Abu Mazen al valico di Rafah insieme a una forza europea. Hamas dovrebbe anche accettare una supervisione internazionale agli altri varchi. Per Hamas, accettare questa posizione egiziana significherebbe una sconfitta dolorosa. Dovrebbe venire a compromesso con Abu Mazen e rinunciare al controllo esclusivo su Gaza. Per Israele significherebbe il raggiungimento di tutti e tre gli obiettivi, compreso quello implicito: un cambiamento eclatante della realtà di fatto.
Tuttavia nel lungo periodo l’Egitto pagherà cara la scelta di schierarsi dalla parte di Israele contro Hamas. Il regime egiziano è una dittatura che nega la libertà d’espressione e la libertà assembleare. I massicci scioperi per il pane, che hanno scosso il paese negli ultimi anni, mettono in luce la debolezza del regime. Corrotto fino al midollo, esso ha privatizzato l’economia in favore di compagnie straniere allargando l’enorme divario già esistente tra ricchi e poveri. La posizione di Mubarak nei confronti dei palestinesi mostra quanto egli tema il suo stesso popolo. Il potere dei Fratelli musulmani in Egitto non dipende da Hamas, ed è alimentato piuttosto dalla vasta opposizione al regime di Mubarak.

UNA REALTÀ DIVERSA
Con il suo tentativo di cambiare la realtà di Gaza, Israele porta avanti la politica che ha perseguito nella regione sin dalla sua nascita, nel 1948. Qual era l’obiettivo della Campagna del Sinai nel 1956, se non rovesciare il regime di Nasser e modificare così l’assetto della regione? Qual era l’obiettivo della «guerra dei sei giorni» nel 1967, se non fare di Israele la principale potenza della regione? Qual era l’obiettivo degli accordi di Camp David, firmati nel 1978, se non neutralizzare l’Egitto e rimuoverlo dal conflitto regionale? Qual era l’obiettivo della prima guerra del Libano nel 1982, se non eliminare il problema palestinese con mezzi militari e così, secondo le parole di Sharon, «creare un nuovo ordine regionale dal Marocco alla Turchia»? E qual era l’obiettivo degli accordi di Oslo del 1993, se non neutralizzare la lotta palestinese per l’indipendenza? Di guerra in guerra, di accordo in accordo, la realtà diventa più pericolosa.
La giustificazione per tutte le guerre è sempre la stessa: gli arabi. È loro la colpa di ciò che Israele fa e ha fatto. Ma tutte le campagne militari, così come gli accordi che seguono, contengono lo stesso germe patogeno: la volontà di Israele di preservare la sua superiorità rispetto ai paesi vicini e, in particolare, il suo persistente rifiuto di cedere le terre conquistate nel 1967. Nella guerra attualmente in corso, Israele ha chiuso il suo partner egiziano in un angolo. L’Egitto sa che Israele avrebbe potuto prevenire la guerra a Gaza. Israele nel 2005 avrebbe potuto ritirarsi sulla base di un accordo, invece di disimpegnarsi unilateralmente. Avrebbe potuto farlo come passo verso un accordo allargato che prevedesse lo smantellamento di tutti gli insediamenti per raggiungere la pace con l’Autorità palestinese. Ma Israele ha fatto l’opposto. Ha abbandonato Gaza unilateralmente e l’ha offerta a Hamas su un piatto d’argento. Oggi, in Cisgiordania, Israele si rifiuta persino di smantellare gli avamposti che definisce illegali. È lungi dal voler impegnarsi in un ritiro completo dai Territori occupati.
Il tentativo di cambiare la realtà di fatto a Gaza si risolverà in un fallimento, come sempre, al prezzo di altro sangue. Forse Hamas, alla fine, farà sventolare la bandiera bianca e accetterà la bozza egiziana. E con questo? Abu Mazen tornerà a governare una Gaza devastata, in preda al dolore e al cordoglio. La povertà di Gaza continuerà, perché i suoi abitanti non potranno lavorare in Israele. Il collegamento con la Cisgiordania sarà rimandato per «ragioni di sicurezza». A Ramallah continuerà a dominare il regime fantoccio di Abu Mazen, contenuto dalla Barriera di separazione, tagliato da centinaia di insediamenti e dalle innumerevoli strade dei coloni. L’Olp non sarà la stessa Olp, e forse Hamas non sarà lo stesso Hamas. Una cosa, comunque, resterà inalterata: la realtà. La realtà non cambierà, perché Israele si rifiuta di cambiarla.

Traduzione Marina Impallomeni

Tratto da Challenge magazine

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090111/pagina/05/pezzo/239195/

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