Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Seconda analisi su Kadima (al 16 gennaio)

Posted by Folco Zaffalon su 16 gennaio, 2009

20° giorno di guerra. 25 giorni dalle elezioni. 4 giorni all’insediamento di Obama. 1130 morti, di cui circa 300 bambini, 4500 feriti, di cui circa 1150 bambini. 13 morti Israeliani, di cui 3 civili.. Ospedali colpiti. Sedi dell’Onu bombardate. Denunce di crimini di guerra, di utilizzo di bombe al fosforo e altre armi non convenzionali. La tregua tarda ad arrivare per quelli che i telegiornali chiamano “dettagli diplomatici”. Proteste in tutto il mondo. Mondo arabo infiammato. Azioni antisemite in Inghiliterra. Primo morto in Cisgiordania in una manifestazione di solidarietà. Cresce la guerra mediatica, interna all’Italia e a tutto l’Occidente, ma soprattutto fra Occidente e Mondo Arabo.

Alle redini di questa nuova vera e propria “esplosione”, tre uomini, il presidente Olmert, il ministro degli esteri Livni e il ministro della difesa Barak, coadiuvati dai massimi vertici delle forze armate israeliane.

Alle spalle, un grande sostegno dell’opinione pubblica (il 10 gennaio il giornale israeliano Maariv riporta che per il 91% degli israeliani questa è una “risposta adeguata). Sullo sfondo, le elezioni del 10 febbraio.

Nonostante la propaganda nasconda le divisioni ed esalti la condotta in questa guerra, vari articoli mostrano come l’alleanza governativa Kadima-Labour inizia a incrinarsi su questioni decisive. Il trio O.-L.-B. ha idee diverse su come continuare la guerra e su come arrivare a una tregua. Queste divisioni sono anche diversi modi di intendere il conflitto e, avvicinandosi alle elezioni, produrranno spaccature pericolose. Le prime bozze di litigio evocano i fantasmi del fallimento dell’intervento del 2006 in Libano, dovuto anche a una scarsa cooperazione all’interno del governo e che minò il potere di deterrenza di Israele.

Da una parte Olmert vuole continuare l’offensiva, passando in caso anche alla terza fase (che prevede combattimenti casa per casa) alla ricerca di un successo sempre più personale, un lascito positivo della sua presidenza altrimenti fallimentare.

Dall’altra Barak e Livni spingono per uscire dalla guerra rapidamente. Ma se il primo punta tutto sulla mediazione egiziana e sul lavoro delle diplomazie mondiali, la Livni parla di “cessate il fuoco unilaterale”.

Tutto questo comunque in un contesto di fretta: tutti sono d’accordo di dover arrivare ad una tregua prima che salga al potere Obama.

Il premier israeliani Olmert questa settimana è stato al centro dell’attenzione per vari motivi. Più che nel recente passato, Olmert sembra decisissimo a imporre la pericolosa visione di un uomo che non ha più niente da perdere, che prevede la vittoria totale, l’annullamente militare e politico di Hamas, il suo rovesciamento e il controllo totale dei valichi e dei tunnel.

Un premier che non esalta ancora i risultati ottenuti per non fare l’errore del Libano (dove fece una figura meschina dopo aver esaltato l’intervento come una grande vittoria) e per lasciare nel caso i problemi scaturiti dalla guerra nelle mani del prossimo governo.

La ritrovata sicurezza ha prodotto anche un “incidente diplomatico” con gli Stati Uniti: Olmert ha infatti annunciato di aver telefonato urgentemente a Bush e di aver fatto cambiare il voto al Segretario di Stato statunitense Rice per la Risoluzione 1860 dell’Onu, verso la quale gli Stati Uniti si sono astenuti. Nonostante la pronta smentita statunitense (la Rice ha sostenuto che aveva già preso una decisione prima delle varie telefonate con la Livni e di quella fra Olmert e Bush) rimane l’imbarazzo dell’establishment americano, di fronte a una dimostrazione di potere israeliana utile a smorzare le polemiche interne per la sconfitta diplomatica in seno all’Onu.

Una questione che dimostra come la solida alleanza Usa-Israele è guidata in questo caso, come in molti altri, dagli interessi Israeliani. E’ lampante il parallelo fra il comportamento della Rice del 2006 in Libano e quello di oggi, direzionati allo “stallo diplomatico” per dare tempo a Israele di raggiungere gli obiettivi prefissati.

Chiarissimo in questo contesto è il commento della Livni: “non chiediamo alla comunità internazionale di combattere con noi, ma di darci tempo e comprensione”. Questa frase toglie legittimità doppiamente all’Onu: Israele non chiede l’aiuto per cercare la pace e nello stesso rende carta straccia le sue Risoluzioni.

Tzipi Livni (come Barak), al contrario del premier, pensa però a capitalizzare i risultati ottenuti finora, anche a fronte del superamento della “quota” di 1000 morti, numero pieno che inizia a scuotere qualche coscienza anche in Israele. Per la Livni, Israele ha già raggiunto un nuovo potere di deterrenza, ha ridotto le possibilità di Hamas nel lancio di razzi. La Livni però si discosta dai tentativi internazionali per raggiungere un cessate il fuoco diplomatico con l’Egitto come mediatore (verso cui invece punta molto Barak essendo figura diplomatica centrale da decenni, di fronte all’inesperienza della Livni, fuori da questo circuito), e parla di ritiro unilaterale anche senza accordo. In varie interviste, il ministro degli esteri ha parlato di “conflitto fra moderati ed estremisti, non fra israeliani e palestinesi”, inserendosi nel contesto di scontro di civiltà, identificando nell’azione di Israele il lavoro sporco utile all’Occidente e agli stessi Palestinesi moderati. La Livni tiene in questo modo aperto il conflitto sostenendo che “nel caso Hamas lanciasse ancora razzi li attaccheremo di nuovo”. I militari appoggiano questa visione, non volendo lasciare all’Egitto il controllo dei valichi.

Questa politica unilaterale del partito Kadima, sia che si continui la guerra che la si finisca unilateralmente nasconde secondo alcuni analisti obiettivi ben più grandi (rispetto a quelli di Barak che sembrano essere diretti al guadagno di consensi e alla sua consacrazione come “uomo forte” giusto per guidare Israele nelle prossime trattative).

Trovo interessante l’articolo di Shabana Syed su Arab News (https://knesset2009.wordpress.com/2009/01/15/the-paradox-of-israel%E2%80%99s-cruel-war/) secondo la quale i veri obiettivi di questa guerra sono terrorizzare e uccidere i Palestinesi per distruggere la loro “volontà di resistenza” e accantonare ogni piano di pace duratura per evitare di cedere territori. La Syed riprende le parole di Jonathan Cook che vede un disegno sionista nel fomentare il radicalismo arabo, nell’aumentare la minaccia terrorista (con la propaganda e con la Guerra), tutto per poter giustificare il proprio espansionismo delle colonie e la propria politica militarista. L’articolo si conclude con le parole di Alan Hart, giornalista inglese, che mette in guardia nel suo libro “Zionism: The Real Enemy of the Jews,” di fronte ad una politica che provoca un aumento dei fenomeni di antisemitismo. “(…) The irony and the tragedy is that this sleeping giant has been reawakened primarily by the Zionist state’s appalling self-righteousness, its arrogance of power and its contempt for international law and the human and political rights of others.”

L’International Herald Tribune, testata molto filoisraeliana, ha pubblicato un’analisi di Rashid Khalidi, professore alla Columbia University di New York. Khalidi è diretto: “Pressoché tutto ciò che vi hanno fatto credere a proposito di Gaza è falso (…) il blocco è una punizione collettiva inflitta da Tel Aviv alla popolazione civile palestinese per come ha votato”.

(http://www.iht.com/articles/2009/01/08/opinion/edkhalidi.php)

Questa strage non ha portato risultati all’unico vero obiettivo “ufficiale” propagandato da Israele: i razzi continuano partire dalla Striscia. Analisti militari sostengono che Hamas sta salvaguardando munizioni per lanciarle l’ultimo giorno. La rete dei tunnel sotterranei è stata distrutta solo in parte. Hamas, nonostante sia a pezzi, attraverso la propaganda può ancora vincere la guerra.

Le analisi che ho riportato sopra mi fanno sorgere un dubbio: sarebbe veramente una sconfitta per Israele (almeno nella visione che ne hanno i suoi leader oggi)? Dall’altro lato però: che ne sarà della Pace, quella vera e duratura, se questa crisi amplifica solo il fondamentalismo, il militarismo e l’antisemitismo?

Questa non è solamente una guerra elettorale, ma nasconde sicuramente dei disegni più vasti, invito tutti a riflettere e a scovare analisi che ne svelino la natura e che contraddicano quelle che, purtroppo, più mi convincono.

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3 Risposte to “Seconda analisi su Kadima (al 16 gennaio)”

  1. claudiacampli said

    Questa non vuole essere in nessun modo una giustificazione del ricorso ad attività terroristiche.

    Ma vorrei ricordare alcuni fatti “storici”, perché dalla storia si suppone che dovremmo imparare.
    Forse dirò delle ovvietà ma a quanto pare non basta mai ricordare e ripensare alcune questioni, dato che sembra che gli stessi errori continuino ad essere ripetuti da parte di chi ci governa.

    Durante gli anni Venti e Trenta del Novecento gruppi estremisti sionisti compivano azioni terroristiche contro le autorità britanniche presenti in Palestina e non solo, al fine di sollevare l’attenzione sul proprio movimento nazionalista e sulla rivendicazione ad un proprio Stato indipendente.

    Durante gli anni Settanta e Ottanta al-Fatah si rese responsabile di azioni terroristiche con lo stesso scopo: di promuovere la causa nazionalista palestinese, per attirare l’attenzione dell’opinione pubblica internazionale e per rivendicare la necessità di risolvere la situazione drammatica di migliaia di palestinesi rifugiati e senza patria, per la conquista quindi di un proprio Stato indipendente.

    Di nuovo, a partire dalla fine degli anni Novanta Hamas ha intrapreso pratiche terroristiche volte alla rivendicazione del diritto del popolo palestinese alla propria libertà, al proprio territorio, al proprio Stato.

    Qual è la lezione che dovremmo imparare dal ripetersi di questi “cicli” di ricorso al terrorismo?
    Il terrorismo è spesso lo strumento di chi è troppo debole per difendere i proprio diritti e non riesce ad accedere ad altri strumenti di lotta politica.

    E’ per questo che solo il riconoscimento di Hamas come interlocutore politico rappresenta oggi il punto di partenza per un qualsivoglia processo di pacificazione tra i due popoli. Solo attraverso il dialogo tra i rappresentanti materiali- effettivi- delle due comunità si può raggiungere un possibile accordo. Solo l’innalzamento del livello dello scontro, da militare a politico, può sbloccare lo stallo- anzi la deriva- attuale.

    Sarebbe opportuno una volta per tutte riconoscere l’altro che ci sta di fronte e concedere qualcosa per ricevere altro in cambio, multilateralmente e pacificamente; una mediazione a livello politico, graduale, progressiva ma definitiva. Partendo dal riconoscimento dell’inviolabilità della vita umana, che ha lo stesso valore sia se sei ebreo che arabo-palestinese.

    Scusate per il carattere scontato delle mie argomentazioni ma non vedo altra via d’uscita.

    Cosa ha risolto questa guerra? Avrà pure dato un colpo durissimo ad Hamas a livello materiale, cioè militare, ma lo scontro israelo-palestinese si ripropone oggi come tre settimane fa, anzi aggravato dalla rabbia montante provocata da 1200 morti, cumuli di macerie e una crisi umanitaria che fa rabbrividire.

  2. valentinabalzati said

    Per l’ennesima volta siamo di fronte ad una NON-GUERRA
    (la guerra si fa tra eserciti, tra stati, tra nemici che vicendevolmente si riconoscono tali; inoltre la parola “operazione” suona molto più pulita, come puntualizza Gideon Levy -http://www.miftah.org/Display.cfm?DocId=18617&CategoryId=5-)

    e ad una NON-VITTORIA
    (come successo in precedenza, vedi Libano in primis, la schiacciante forza militare messa in campo da Israele non consente l’utilizzo della parola “vittoria”: nonostante il colpo ricevuto Hamas non può dirsi sconfitto, continuano a piovere razzi su Sderot, probabilmente i sondaggi ci direbbero che la sua popolarità è in ascesa. D’altra parte nemmeno la “vittoria morale” che Hamas potrebbe rivendicare solo per il fatto di essere sopravvissuta alla potenza di fuoco israeliana ha piena ragion d’essere, dato che nessuna delle sue condizioni per il cessate il fuoco è stata presa in considerazione.)

    Lo so, non dico niente di che, ma avevo bisogno di sbloccarmi un po’ e di iniziare a mettere qualcosa per iscritto, per dipanare i nodi cerebrali che mi si fanno piuttosto intricati nel seguire tutta questa vicenda…

  3. Folco Zaffalon said

    Vorrei proporre come soluzione una bella seduta di PSICOANALISI COLLETTIVA per tutto il popolo israeliano. Quest’idea mi è venuta ieri parlando con Vale alla fine del bellissimo e struggente Valzer con Bashir. Uri Folman va alla ricerca dei ricordi rimossi sulla Strage di Sabra e Shatila. Questa graphic novel portata sullo schermo indaga su qualcosa di profondo nella coscienza individuale e collettiva degli israeliani. Hanno la tendenza a rimuovere i ricordi di guerra, soprattutto quando di mezzo c’è il senso di colpa, di fronte a responsabilità dirette o indirette dell’individuo stesso ma, penso io, anche di fronte a responsabilità della patria Israele. Che ciò sia dovuto al bombardamento mediatico o a un fatto culturale profondo che nasce con lo stesso Stato di Israele è qualcosa da studiare.

    Sta di fatto che Gideon Levy, su Hareetz (articolo tradotto sull’ultimo internazionale), sfida apertamente questa deriva “militar-nichilista” scagliandosi contro questa forma di patriottismo perverso che sa non sa comunicare con “una lingua diversa da quella della violenza e della forza”. “E’ il momento d’informare l’opinione pubblica (…). L’opinione pubblica farà poi quello che vuole di queste informazioni . Ne potrà gioire o soffrire. Ma deve sapere cosa si sta facendo in suo nome.”
    Infine conclude: “questa è la mia guerra, la nostra guerra, la guerra di tutti noi, tutti ne portiamo la responsabilità e ne siamo colpevoli. Spetta a noi far sentire una voce diversa, una voce fastidiosa alle orecchie di chi ha perso ogni sensibilità, una voce “traditrice”, “vile”, “carica di odio verso gli ebrei”,”spregevole”. E soprattutto diversa. Non è solo un nostro diritto: è il nostro supremo dovere nei confronti dello stato a cui siamo così legati, noi patrioti canaglia.

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