Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Tempo scaduto, Hamas senza exit strategy

Posted by Folco Zaffalon su 17 gennaio, 2009

di Michele Giorgio – Il Manifesto
L’ANALISI GERUSALEMME
Tra gli applausi scroscianti delle delegazioni presenti a Doha, il leader di Hamas in esilio Khaled Mashaal ieri ha avuto l’opportunità di spiegare la posizione della sua organizzazione sui negoziati in corso in Egitto per mettere fine all’offensiva israeliana a Gaza. «Se permangono le condizioni imposte da Israele, la gente di Gaza non accetterà la tregua», ha detto Mashaal ribadendo le richieste del suo movimento: «fermare l’aggressione», «ritiro israeliano» da Gaza, «fine dell’embargo» e apertura totale di tutti i valichi. Il suo discorso è stato ben accolto ma Mashaal sa bene di non aver ottenuto ciò che cercava: il riconoscimento pieno di Hamas da parte della Lega araba, allo stesso livello di Abu Mazen, che una settimana fa ha visto scadere il suo mandato ma resta al potere con l’appoggio di Stati Uniti, Israele ed Ue ma anche di una parte del mondo arabo.
Il vertice straordinario della Lega araba nel Qatar è stato solo una riunione di coloro che nella regione già appoggiano o non solo ostili alle ragioni di Hamas. L’Egitto e l’Arabia saudita, i paesi più influenti nella Lega araba nonché stretti alleati degli Stati Uniti, agitando il fantasma della partecipazione di Mashaal e soprattutto della presenza a Doha del presidente iraniano Ahmadinejad, hanno facilmente convinto altri paesi e l’Anp a non aderire, riuscendo così a impedire il raggiungimento del quorum dei 2/3 dei membri, necessario per convocare un summit ufficiale. Il Segretario della Lega araba Amr Musa ha subito affermato che «il vero vertice dei capi di stato arabi su Gaza si terrà lunedì in occasione del summit economico di Kuwait City», dove nel corso di «una riunione a porte chiuse» verranno prese decisioni a sostegno della popolazione palestinese colpita dal devastante attacco israeliano. E In Kuwait, con ogni probabilità, Abu Mazen riceverà riconoscimenti e appoggi.
Meshaal può gioire solo fino a un certo punto dell’appoggio ricevuto ieri in Qatar, perché l’obiettivo di Hamas è farsi riconoscere da quelle parti arabe che continuano ad osteggiarlo, a cominciare dall’Egitto, paese con il quale Gaza ha una importantissima frontiera in comune. Un punto centrale della posizione del movimento islamico al tavolo del negoziato del Cairo è quello di impedire il ritorno al valico di Rafah della guardia presidenziale dell’Anp (cioè di Abu Mazen), o almeno di accettarlo solo assieme al dispiegamento di forze del «governo di Gaza» (cioè Hamas), come ha ribadito ieri Meshaal. Una richiesta che Hamas rivolge invano agli egiziani da oltre un anno, e che oggi ha pochissime probabilità di essere accolta mentre i carri armati e i cacciabombardieri israeliani riducono in macerie Gaza e accorciano il tempo a disposizione degli islamisti palestinesi per trattare con l’Egitto. Nonostante gli appelli a «resistere» alle forze d’occupazione, Hamas potrebbe essere costretto, pur di mettere fine al più presto al massacro di tanti palestinesi, ad accettare una tregua alle peggiori condizioni, proprio come vuole Israele. Incluso il progressivo ritorno dell’Anp a Gaza, non sulla base di un programma di riconciliazione nazionale palestinese ma di imposizioni egiziane.
I dirigenti di Hamas, specie quelli in esilio, sembrano aver sottostimato le dimensioni dell’attacco israeliano nonostante le fin troppo chiare indicazioni fornite dall’offensiva «Scudo difensivo» del 2002 in Cisgiordania e la guerra in Libano del 2006. Hamas aveva previsto attacchi israeliani su Gaza, ma limitati, seguiti da un rapido intervento dell’Egitto per mediare una nuova tregua a condizioni più favorevoli, a cominciare dalla fine del durissimo embargo israeliano che strangola la popolazione di Gaza. Non ha compreso che Israele aveva preparato per mesi un attacco militare senza precedenti e che l’Egitto, stretto alleato di Washington, non avrebbe accettato di riconoscerlo come parte politica allo stesso livello di Abu Mazen. Errori di valutazione che sollevano forti dubbi sulla capacità di leggere le strategie e le dinamiche regionali da parte di dirigenti politici che pure non nasconde l’ambizione di guidare un intero popolo.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090117/pagina/02/pezzo/239714/

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