Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Vince al Jazeera, senza copyright

Posted by Folco Zaffalon su 17 gennaio, 2009

di Alberto Piccinini – Il Manifesto
MEDIA E GUERRA

Si possono spendere 110 milioni di euro per portare Kakà dal Milan al Manchester City. Li ha messi sul piatto un miliardario di Abu Dhabi, come leggiamo in questi giorni sui giornali. Oppure si può spendere praticamente la stessa cifra per mettere in piedi Al Jazeera. A tanto ammontava il primo investimento col quale più di 10 anni fa l’emiro del Qatar diede il via a questa avventura. Sono storie di petrodollari. _Il mondo va anche così.
Guerra a Gaza, giorno 20. Un signore con una grossa valigia in mano cammina sul marciapiede. C’è il sole. Il signore indietreggia all’improvviso, perde l’equilibrio. Si indovina un’esplosione fuori campo. Il cameraman si gira, corre avanti alla ricerca di un’inquadratura migliore. In campo lungo, da un’altra angolazione, vediamo un alto palazzo bianco, colpito. Cut. Passa un’ambulanza. Cut. Un elicottero nel cielo azzurro lancia scie bianche verso terra. «Fosforo», troviamo scritto nella didascalia sotto il video. Cut. Una donna grida a un microfono. Cut. Un uomo dice che «a Gaza non si può essere sicuri da nessuna parte». Nemmeno in ospedale.
Questa è la cronaca di una giornata a Gaza secondo i feed di Al Jazeera, il girato grezzo dei suoi cameraman che l’emittente via satellite ha messo in Rete da qualche giorno, disponibile a tutti in alta risoluzione (http://cc.aljazeera.net) su una piattaforma studiata da Creative Commons. C’è tutto e di tutto: i palazzi abbattuti, i passanti intervistati, gli elicotteri alti nel cielo, le ambulanze, lo skyline della città martoriata. L’orrore e la vita quotidiana. C’è soprattutto l’emozione del girato di una telecamera, prima che il montaggio cancelli gli indugi, le incertezze, persino la paura del cameramen che la teneva in mano (che è anche la nostra paura).
Del ruolo politico di Al Jazeera in tempi di crisi sapevamo fin dai tempi dell’ultimo attacco all’Iraq. All’epoca gli americani non lesinarono critiche al rifiuto dell’emittente di farsi embedded, che era quanto meno calcolato nei confronti dei suoi milioni di ascoltatori di lingua araba sparsi per il mondo. Né è il caso di mettere in dubbio l’etica e spesso il coraggio degli operatori della tv del Qatar che ha scompaginato la geografia dei media con una forza che ricorda quella della Cnn al tempo della prima crisi del Golfo.
Anche per questo Al Jazeera oggi non è praticamente diffusa negli Usa da nessun operatore via cavo. Può contare tuttavia su un bacino calcolato in circa 130 milioni di case in 100 paesi compresi i maggiori paesi europei. Negli ultimi tempi è stato lanciato il canale Al Jazeera English, «rubando» producer e anchorman alle maggiori reti via satellite da Cnn in giù. Grazie a questo, visibile da noi sul bouquet di Sky, si calcola che durante l’attacco a Gaza gli ascoltatori nel mondo dell’emittente siano cresciuti del 500%, secondo i dati forniti dalla stessa emittente all’Herald Tribune. Oggi Al Jazeera mantiene a Gaza un producer, sei reporter e i cameramen.
Contemporaneamente, l’attività dentro i nuovi media dell’emittente si è intensificata. Mentre un canale di Twitter diffonde via internet brevi aggiornamenti sulla situazione (l’ultimo, ieri pomeriggio, sosteneva che un dirigente di Hamas ha respinto la tregua alle condizioni di Isreale), su Youtube un canale dedicato comprende parecchie centinaia di video. Infine, la mossa di mettere a disposizione di tutti gli operatori dell’informazione il materiale grezzo girato a Gaza, senza limitazioni di copyright, non ha praticamente precedenti. Stante la chiusura di Gaza a giornalisti e inviati, la cosa ha un lato politico e comunicativo immediato. Non si può dire «non abbiamo immagini». Le immagini ci sono. Dolorose. Troppo.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090117/pagina/03/pezzo/239719/

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