Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Analisi quinta settimana Usa/Israele e il “Quartetto”

Posted by gaetanoditommaso su 19 gennaio, 2009

E il ventitreesimo giorno Israele si riposò.

Dopo più di tre settimane dall’inizio delle operazioni militari nella striscia di Gaza, tutto finisce così improvvisamente come era cominciato. La versione tele-giornalistica della storia parla di una tregua finalmente in atto: dopo una settimana di scontri durissimi, Israele decide “una tregua naturalmente unilaterale, perché non può negoziare con Hamas” (Berlusconi dixit, Tg1 della sera).

Israele lo fa perché ormai gli obiettivi dell’operazione militare sono stati raggiunti, nonostante questo, però, si riserva la facoltà di rispondere duramente ad ogni nuovo lancio di razzi dalla striscia. L’annuncio è di sabato, a serata inoltrata, e dopo un tentativo mattutino del terribile Hamas di far cadere la tregua, anch’egli conviene su un cessate il fuoco entro la giornata di domenica.

Una settimana senza lancio di razzi, entro cui, però, Israele deve completare il suo ritiro da Gaza: questa la “proposta” dell’organizzazione palestinese.

Nello stesso tempo l’intraprendente Egitto si mobilita, organizzando in tempi strettissimi un vertice al Cairo con la presenza di Israele, Paesi Arabi, Onu, Francia, Germania, Spagna, Gran Bretagna, Italia, Europa, Tony Blair come rappresentante del Quartetto e Abu Mazen per l’ANP. Dall’incontro di domenica sarebbe dovuto uscire un piano più completo e articolato per la tregua e il ritiro Israeliano da Gaza: in particolare, e prima di ogni altra cosa, si sarebbe dovuto trovare una soluzione riguardo ai famigerati e pericolosissimi tunnel di Gaza usati per il contrabbando e si sarebbe dovuti giungere ad un accordo per il controllo dei valichi e degli accessi alla striscia.

L’Europa si è messa a disposizione con convinzione per mandare uomini per il controllo delle frontiere (di mare e di terra) e aiuti per la popolazione, così come ha accettato e appoggiato l’organizzazione di un prossimo summit in cui trovare soluzioni durature (l’Italia ha addirittura “offerto” la sede, Erice…).

Ora non resta che organizzare in maniera adeguata la ricostruzione ed evitare che Hamas si riarmi nel giro di un paio di mesi, come è già successo in passato. La pace a quel punto sarà più vicina e si potrà guardare con fiducia ad un vero processo di pace, senza Hamas e senza fondamentalismi, senza odio e senza guerra, verso due stati per due popoli.

Tutto è bene quel che finisce bene.

Passiamo ora alla prossima notizia.

Gli abituali telespettatori dei tg italiani e lettori dei maggiori giornali nazionali possono fermarsi qui. Gli altri possono andare avanti.

Tutto quello che va perso nelle larghe maglie dell’informazione nazionale è utile invece a far emergere disegni e situazioni molto più articolate.

Dopo una settimana in cui Israele ha bombardato l’impossibile, il metodo con cui ha condotto le operazioni militari non dovrebbe poter passare inosservato. Sebbene lo strettissimo controllo effettuato sull’ingresso dei giornalisti nelle zone interessate dalle operazioni del Tsahal ha impedito di documentare appieno gli “errori” di uno degli eserciti più tecnologicamente avanzati del pianeta, i “granelli di polvere” lasciati dagli attacchi israeliani questa volta sembrano troppo grandi per essere nascosti sotto il “tappeto” della propaganda di guerra.

Dall’Inghilterra, in particolare, piovono accuse pesantissime (sia dai giornali che dall’interno del parlamento) sulla gestione israeliana del conflitto e tutte le maggiori organizzazioni umanitarie e le principali Ong sono infuriate con Israele, per non parlare dell’Onu, che si è ritrovata, incredibilmente, sempre più spesso colpita dall’esercito israeliano. Gli “errori” verso gli stabili dell’Onu e l’utilizzo indiscriminato del fosforo bianco sono solo i segni più evidenti dell’operato “irregolare” di Israele, che durante questo conflitto sembra aver spinto più il là l’asticella che segna il confine dei “crimini di guerra”.

Questa appena trascorsa è stata anche la settimana dello “scontro” nella troika Olmert-Livni-Barak: con un singolare gioco delle parti il primo (che non ha più nulla da perdere) si era trasformato in temibile falco e gli ultimi due, invece, avevano assunto la parte dei “ragionevoli”, chiedendo la fine delle operazioni a Gaza.

In questo modo la Livni e Barak si erano preparati il campo per la mossa seguente e per le settimane a venire: il capolavoro (?) politico-mediatico di Israele, infatti, si compie sabato sera.

Il disaccordo nel gabinetto del governo di Tel Aviv scompare e, guarda caso (ripeto, guarda caso) la tregua viene proclamata per domenica 18 gennaio 2009: due giorni prima dell’insediamento ufficiale alla casa bianca di Barack Obama e il giorno in cui iniziano i festeggiamenti a Washington.

In una situazione sul terreno come quella a Gaza, non si riesce a capire da cosa sia determinata la fine del conflitto: qual’era l’obiettivo di Israele, eliminare ed estirpare Hamas? solamente infliggergli gravi perdite? ripristinare esclusivamente il suo potere di deterrenza? assicurarsi che non vengano più lanciati razzi da Gaza (come più volte dichiarato)?

Dato il rapporto di forze tra le due parti e il particolare tipo di soggetti interessati, in nessuno di quei casi la fine del conflitto appare motivata oggi più di due giorni fa, o ieri più che tra una settimana.

Per questo la scelta del giorno per la fine delle ostilità potrebbe essere vista come una conferma all’idea che la scelta del “quando” intervenire da parte di Israele sia stata dettata più da motivi politici che da ragioni contingenti e improrogabili di sicurezza.

Giusto il tempo, per le prime pagine di giornale di tutto il mondo, di ”smaltire” la notizia della tregua e del conflitto stesso, per lasciare la scena all’evento memorabile dell’incoronazione di Obama. In questo modo la nuova amministrazione dovrà fare i conti con una situazione sul terreno di fatto già determinata e il governo israeliano non correrà il rischio di (eventuali) umilianti diktat americani sul ritiro o sul cessate il fuoco. Israele ha giocato le sue carte, ha fatto la prima mossa, ha colpito nel segno ed ora rientra nei ranghi ed aspetta. Quel che è fatto è fatto, la nuova situazione con cui fare i conti a Gaza è quella, in macerie, lasciata dalle forze israeliane: anche nella peggiore delle ipotesi riguardo alle nuove mosse dell’alleato americano Israele, ora, si è guadagnata una posizione di forza non indifferente sul futuro e sulla ricostruzione della striscia.

L’altro affondo di Israele riguarda la natura “unilaterale” della tregua: con un Egitto che, nel suo piccolo, si stava impegnando per la risoluzione della situazione a Gaza, la scelta israeliana scippa di fatto il successo dalle mani di Mubarak. Il leader egiziano, infatti, per recuperare il terreno perduto sceglie di indire subito un vertice internazionale; e qui i risvolti interessanti sono molteplici.

Da una parte, il vertice internazionale è un rituale poco più che banale e superfluo, che avviene a giochi fatti: la tregua è già stata dichiarata, e l’unico a deciderlo è stato Israele. Il quando e il come lo decide Tel Aviv, punto. Più chiaro di così non si può.

Il vertice è una “copertura” internazionale per la fine delle ostilità, i soggetti della comunità internazionale possono dare una mano adesso (e senza nemmeno impicciarsi troppo): ma il controllo della situazione è nelle mani di uno solo. Dov’era finita l’Europa durante la scorsa settimana? Come si può pensare che siano quelli presenti al Cairo a “decidere” come far girare le cose a Gaza? Chi, tra “gli invitati”, ha davvero autorità sulla situazione? il redivivo Blair? La bombardata Onu? L’inesistente Europa? Abu Mazen?! La “collaborazionista” Lega Araba?

Altra questione riguarda proprio la scelta degli “invitati”: l’Egitto aveva bisogno si diluire l’effetto, anche mediatico, che si sarebbe avuto con la sola presenza di Israele a contrattare la pace nei salotti dei palazzi del Cairo: difficilmente sarebbe passato inosservato nelle piazze arabe (ed egiziane). Mubarak aveva bisogno di legittimità internazionale e soprattutto di altre mani da stringere, visto che i rappresentanti di Hamas non possono essere invitati nemmeno in una trattativa di pace, per porre fine alla propria guerra, svoltasi su suolo arabo, presieduta da un leader arabo che ha Hamas e il popolo palestinese al confine. D’altronde non c’è da stupirsi di questa mancanza di autorità egiziana ed “intra-araba” se si osserva che gli “invitati” arabi, una delle presenze che dovrebbero essere più significative, si riducono al re di Giordania (e al segretario della Lega Araba, che però non può indire vertici straordinari perché sa che i paesi arabi si dividerebbero in maniera fatale sulla questione).

In realtà, i giochi, quelli veri, erano stati fatti due giorni prima (guarda caso, uno prima della proclamazione della tregua) quando la Livni era volata a Washington per firmare un accordo con gli Stati Uniti per il controllo delle armi e del contrabbando a Gaza: gli Stati Uniti si sono impegnati ad aiutare Israele ed a fornirgli tutto l’appoggio necessario. Un accordo strappato due giorni prima dell’uscita di scena di Bush, e dopo siglato l’accordo Israele si è aperto all’Egitto e alla possibilità effettiva (poi messa in atto) della tregua: ancora una volta si evidenzia dove siano le vere leve di potere sul governo israeliano.

Chi invece appare evidente non averne, di leve di potere su Tel Aviv, è l’Onu. Tanto per la cronaca, durante la scorsa settimana si registra il passaggio di una risoluzione dell’assemblea generale delle Nazioni Unite (non vincolante): si chiedeva di nuovo il cessate il fuoco e il rispetto della risoluzione 1860. Solletico per il conflitto israelo-palestinese.

Lo scenario per il futuro non appare tranquillo come quello emerso dalle dichiarazioni sorte dalla parata di volenterose star al Cairo.

Il conflitto è finito, per ora, ma la categoria di “vittoria” non sembra facilmente applicabile al conflitto tra Israele e Palestina: il primo dichiara di aver raggiunto i suoi obiettivi, il secondo afferma che ha sconfitto il nemico sionista. Hamas è “fisicamente” a pezzi, ma non è stato abbandonato dal popolo di Gaza né ha perso presa sull’immaginario arabo. La leadership del movimento è più divisa che mai, soprattutto ora che quelli sul campo (i militanti, i combattenti, le milizie, i fondamentalisti più puri, il nome cambia ma il concetto è lo stesso) contano le numerose perdite, mentre quel che rimane della leadership “politica” cerca accordi (politici appunto) al sicuro dalle bombe.

Senza una vera leadership, questo potrebbe essere effettivamente il momento migliore per “trattare” con Hamas…se solo qualcuno si degnasse di rivolgergli la parola. A farlo non sarà Israele a quanto pare, che ha tolto al nemico anche “l’onore” dello scontro (è sconfortante pensare al concetto stesso di tregua “unilaterale”: io decido quando combatterti, io decido quando siamo nemici, io decido quando non mi va più di ucciderti, io decido quando tu hai perso e quando io ho vinto. Da solo. Se non è delegittimazione questa…); forse, si spera, saranno i “nuovi Stati Uniti” a sfruttare il canale di Hamas, anche se Hillary Clinton in settimana, in un probabile eccesso di foga, ha dichiarato di nuovo che con le organizzazioni terroristiche non si parla.

Gli Usa sono, ad oggi, ancora l’elemento decisivo per il medio oriente, la nuova presidenza porta talmente tante aspettative che è significativo vedere come gli stessi Iran e Siria stiano ritardando il più possibile di esporsi in maniera “irreversibile” sul conflitto: tutti vogliono mantenere le loro carte coperte per poterle giocare con il nuovo sfidante. Due giorni ancora, e poi comincerà la partita.

Infine, se non è chiaro chi ha vinto, di sicuro è più facile vedere chi ha perso: Abu Mazen è senza dubbio tra gli sconfitti: senza mandato (scaduto), senza Gaza, quasi più senza West Bank.

L’altro vero sconfitto è il popolo palestinese, trascinato sempre più a fondo dalla propria leadership e dalla guerra. L’ANP è alla completa mercé di chi la tiene in piedi con puntelli sempre più instabili e la cosa migliore che il popolo di Gaza vede all’orizzonte è un accordo di tregua in cui uomini ed eserciti stranieri controllino le loro frontiere e i loro rifornimenti.

E all’interno di Gaza? possibile che non ci si chieda, nel momento in cui si pensa ad una “tregua”, a come far vivere un popolo che a cui al momento nessuno (forse nemmeno Hamas) può offrire governance e servizi?

Gaza è stata resa nuovamente inoffensiva (è questo l’obiettivo di Israele? rendere politicamente inoffensiva Gaza e i territori ogni volta acquistino troppa autonomia per rimandare di volta in volta la vera soluzione al problema?), ma ora come si fa a far tornare l’ANP nella striscia, a tenere fuori Hamas e a non far entrare altri movimenti radicali nel lungo, dolorosissimo e sicuramente rancoroso processo di ricostruzione?

Il presentimento è che, dopo tutto ciò, la campagna elettorale israeliana sarà il palcoscenico migliore per guadagnare voti all’insegna di originali progetti e processi di pace: ma come aspettarsi che gli uomini e le donne che hanno portato avanti questo conflitto, gli stessi in lizza per le elezioni, saranno sinceri (e credibili anche agli occhi della controparte) quando cominceranno a parlare di accordi per il futuro di Gaza e della Palestina?

Dopo 23 giorni, 1300 morti (il rapporto 1/100 è stato comunque mantenuto), 5700 feriti, 1.5 milioni di dollari di danni a Gaza, 22.000 abitazioni distrutte: la guerra è finita, andate in pace.

 

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Una Risposta to “Analisi quinta settimana Usa/Israele e il “Quartetto””

  1. claudiacampli said

    Elogio al tempismo di Israele

    (Innanzitutto complimenti a Gaetano per la sua puntuale e come sempre lucida analisi…che mi ha suggerito di trarre alcune brevi e concise riflessioni…)

    Dopo 22 giorni di bombardamenti su Gaza Israele ha finalmente deciso di sospendere le operazioni della sua “ultima” guerra, riservandosi un ulteriore e pronto intervento al prossimo “attacco” di Hamas.

    Vorrei ripercorre rapidamente alcune delle tappe di questo ennesimo conflitto.

    Il 19 dicembre è terminata la tregua durata sei mesi tra Hamas e Israele. Appena una settimana dopo, il 27 dicembre, Israele ha sferrato il suo attacco aereo, il primo stadio di una guerra fatta di tre fasi. Come si rifletteva già su questo blog, casualmente, l’attacco avveniva proprio a ridosso delle festività natalizie, che bloccavano e rallentavano l’attività diplomatica e di informazione di mezzo mondo.

    Ora, dopo tre settimane di combattimenti sconsiderati e sproporzionati, il 18 gennaio arriva la tanto attesa notizia del cessate-il-fuoco, dichiarato unilateralmente, ovviamente (figuriamoci se si può trovare accordo su qualcosa), da Israele e poi accettato anche da Hamas. Il 18 gennaio, casualmente. Due giorni prima dell’insediamento ufficiale di Barack Obama, dopo questo lungo interregno durato due mesi e mezzo. Consegnando al nuovo Presidente americano un conflitto “risolto”: il fatto è compiuto. Tre settimane prima del giudizio elettorale, tutto il tempo necessario per capitalizzare i vantaggi (e gli svantaggi) che derivano dall’Operazione Piombo Fuso. Tutto il tempo necessario affinché le acque si calmino, dopo averle rimescolate con la guerra.

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