Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Analisi: la guerra mediatica

Posted by valentinabalzati su 26 gennaio, 2009

Per dirlo con le parole di Uri Avnery (liberamente tradotte) “in questa guerra, la disparità tra le forze, tra l’esercito israeliano e le poche migliaia di combattenti di Hamas, scarsamente armati, è di uno a mille, forse di uno a un milione. Nell’arena politica lo scarto è ancora più grande. Ma nella guerra di propaganda è pressoché infinito.”
L’asimmetria, termine spesso utilizzato nel definire in generale il conflitto Israelo-Palestinese, e in particolare questo conflitto di capodanno a Gaza, ne è uscita esasperata, soprattutto a livello di rappresentazione e comunicazione.

Innanzitutto alla fonte, date le limitazioni imposte da Israele ai giornalisti intenzionati a documentare ciò che avveniva nella Striscia (con l’eccezione di Al Jazeera, che ha visto crescere ulteriormente la propria popolarità), adducendo motivazioni di “sicurezza” (come se la presenza di reporter negli scenari di guerra fosse una novità). Le conseguenti proteste dell’International Federation of Journalists sono cadute nel vuoto. Così gli inviati delle principali testate internazionali trasmettevano da Israele, lontani, anche se non fisicamente, dal luogo in cui si consumavano gli eventi, con le scie di fumo sullo sfondo come principale testimonianza realmente “from Gaza”. Sicuramente questo ha influito sulla rappresentazione diseguale della guerra e sul modo in cui questa ha fatto presa sulle coscienze.
Ma parlare di mancanze o di fallimento dell’informazione, in questo caso come in altri (quello della guerra in Iraq su tutti), significa riconoscerle il ruolo di strumento indipendente, con l’obbiettivo ultimo (non raggiunto) di informare correttamente i cittadini. Mentre, per lo meno a partire dalla guerra del Vietnam, le “democrazie belligeranti” sanno bene di aver bisogno di spostare l’opinione pubblica e allinearla alle esigenze governative, utilizzando l’informazione non solo come propaganda, bensì come vera e propria arma non convenzionale, parte integrante del conflitto.
La prospettiva chiaramente evidente, emersa nelle principali trasmissioni televisive, in molti quotidiani, nei commenti che si fanno eco l’un l’altro, è un riflesso della relazione politica intrattenuta dal paese in questione con Israele: a partire dagli USA con particolare vigore, per arrivare sulle più vicine sponde atlantiche, assistiamo alla collettiva adozione di una sola versione della storia, di una narrativa a senso unico. Dove se anche qualche spazio viene lasciato alle voci “discordi”, alla versione degli altri, questa si innesta su un contesto, su uno schema di lettura della realtà precostituito che risente del discorso dominante, che non può che pendere da un lato.
Rileggendo con occhio attento molti degli articoli sapientemente collezionati dai solerti autori di questo blog, si possono individuare alcuni di quei meccanismi che, depositandosi silenziosamente sul fondo del nostro immaginario, finiscono per costituire i cliché e le metafore influenti che guidano la comprensione dei fatti.
Anche in questa guerra, dunque, le parole stavano al fronte, in prima linea. A partire dall’utilizzo stesso del termine “guerra”, che, come ricorda Gideon Levy, da dizionario si riferisce a “un conflitto armato tra eserciti, tra state bodies (nazioni, stati) in operazioni militari di battaglia con la forza delle armi” (sì lo so, orribile traduzione mia!), e perciò non risulta pienamente applicabile alla vicenda in questione, dato che da una parte manca lo stato, manca l’esercito, e non è appropriato nemmeno parlare di battaglie. Se di guerra si è trattato poi, la conclusione logica sarebbe dovuta essere la vittoria di una parte sull’altra, mentre qui  Israele sostiene di aver colpito mortalmente Hamas, e quindi di aver vinto, mentre Hamas da parte sua canta vittoria perché è sopravvissuta (e ne è uscita con i ranghi ricompattati). Assistiamo dunque a una vittoria diffusa e nebulosa.
La guerra del linguaggio poi, si combatte a più riprese. Ad esempio, la decontestualizzazione dell’evento, che, strappato dal suo contesto storico, si ritrova collocato in un spazio vuoto senza prima né dopo. Importantissimo è decidere il punto d’inizio della narrazione (do you remember 11/9? La Storia iniziò quel giorno), che in questo caso viene fatto coincidere con la violazione della tregua da parte di Hamas (il 19 dicembre), senza considerare le vicende precedenti, dalle violazioni israeliane del mese di novembre allo stato di prigionia in cui la Striscia versava dalla vittoria elettorale di Hamas, e così via retrocedendo. Se l’altro per primo mi attacca, ovviamente ogni azione da parte mia rientra nella definizione di “autodifesa”.
Se prima si definisce contesto, inizio e svolgimento della vicenda, i discorsi successivi sulle proporzioni giuste o sbagliate dell’azione militare israeliana sulla sofferenza dei civili Palestinesi non sono altro che parte di una storia sbagliata.
Ecco dunque che vediamo fioccare improprie metafore e similitudini: Hamas come un individuo mentalmente disturbato che urla e batte alla tua porta minacciandoti di morte (il sindaco Bloomberg in uno show televisivo), e Israele attaccato da Hamas come un fantomatico bombardamento messicano delle città del sud degli USA (un funzionario israeliano, riportato da Akiva Eldar su El Pais), per menzionarne un paio.
Inoltre, ricorre frequentemente l’associazione Hamas-Iran (in particolare la locuzione “Hamas, Iran-backed terrorists”, che nell’articolo di Fabian Cohen sul Middle East Times compare 3 volte, come fossero una cosa sola), in modo da trasformare un’alleanza politica di convenienza ben particolare in quanto sembra trascendere la tradizionale frattura sciiti-sunniti (la cui natura è comunque da problematizzare e analizzare e non va data per scontata…), in un legame ferreo quasi fossero due teste di uno stesso corpo.
Per non parlare poi dell’utilizzo estensivo del termine “terrorismo”, divenuto soprattutto in questi anni post 11/9 un ombrello capiente sotto il quale ammassare le più diverse manifestazioni violente a prescindere dal loro scopo, in un calderone in cui mezzi e fini si confondono, senza che vi siano definizioni precise e condivise. Il terrorismo è una tattica, non un nemico. Una strategia violenta di intimidazione della popolazione civile, utilizzata nella maggior parte delle guerre, spesso in contesti di conflitto asimmetrico, nello specifico in caso di occupazione straniera. L’appellativo di “terrorista” generalmente lo si guadagna a seconda della giustezza o meno della causa, quindi, come dice Giglioli, “il terrorismo è la violenza degli altri”. Da qui, l’utilizzo del doppio standard (i terroristi amici non sono mai terroristi, e soprattutto non lo sono gli stati, che al massimo fanno la guerra) e l’emblematico caso di “Bin Laden, la metamorfosi del terrorista” (che quando ammazzava i sovietici era un liberatore della patria).
Ovviamente, come si ripete fino alla nausea, con i terroristi non si tratta, sono il Male Assoluto (decontestualizzato, come si diceva prima), obbiettivo di una guerra senza fine, senza quartiere, e senza esclusione di colpi il cui unico risultato possibile è la distruzione finale. Cosa che, insomma, al Nemico leale non si fa. Il nemico è legittimato, umano, con lui si può parlare.
Nella maggior parte dei discorsi la parola “Hamas” va accompagnata da “terroristi”. Anche quando si vuole sottolineare la natura complessa, non univoca di questo che è anche un partito che ha vinto le elezioni, un movimento sociale radicato che fornisce servizi basilari alla popolazione, eludere la parola “terrorismo” significa essere faziosi, mentre al contrario definirlo terrorista e basta va bene.
La metafora manichea della guerra dei Buoni contro i Cattivi, riproposta in tutte le salse dai mezzi di comunicazione di massa, in occasione dei più diversi conflitti degli ultimi anni e non solo, è utile anche per far passare la visione delle vittime civili come “effetto collaterale”, come prezzo inevitabile da pagare al fine del trionfo del Bene. Come ha detto Joe Scarborough in uno show della MSNBC, “Quanta gente abbiamo ucciso in Germania?” Le vittime, che da quando la guerra è guerra sono una componente essenziale di essa, sono state proposte come “errori” da parte di Israele, mentre da parte di Hamas sono state la principale arma a disposizione per accattivarsi l’opinione pubblica e tentare di creare pressione a livello internazionale, esacerbando e rendendo ancora più evidente la relazione asimmetrica tra le due parti in causa.
Allo stesso modo, chiunque tenti di approfondire le cause, o osi mettere in discussione la mitologia ufficiale che sottostà alla ragione e alla giustizia dei Buoni, rischia di essere messo alla berlina e di veder demolita ogni argomentazione dall’accusa di antisemitismo -o antiamericanismo, a seconda di chi rappresenta il Bene-, perché nella guerra assoluta chi non è con noi è contro di noi, e se è contro di noi è privo di legittimità.
Per parlare un po’ dei fatti di casa nostra, senza accodarsi alla lunga scia polemica post-Anno Zero, si può notare come per l’ennesima volta l’arte del “parlare d’altro” si sia rivelata efficace: il dibattito spostato da ciò che avveniva a Gaza alla faziosità di Santoro, “ha fatto bene l’Annunziata ad andarsene, o no?” E via tutti a guardare il dito.

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3 Risposte to “Analisi: la guerra mediatica”

  1. valentinabalzati said

    Mi scuso, forse eccessivo slancio, ma quello della guerra di informazione è un discorso difficile, anche e soprattutto perché anche io, anche noi, siamo soggetti allo stesso flusso di parole e immagini, ed è difficile individuare e smascherare gli automatismi e le trappole sottostanti…
    Spero che abbiate qualcosa da aggiungere!
    Se poi questa analisi sono andata anche un po’ fuori tema scusatemi nuovamente, ma mi è sembrata opportuna qualche piccola digressione sul tema “terrorismo”, perchè anche se per alcuni di noi forse si trattava di banalità, come ho letto non mi ricordo dove, “tutto è già stato detto, ma siccome nessuno ascolta, bisogna sempre ricominciare”.

  2. alicemarziali said

    esco dal ritiro saharawi per fare un breve commento a questa interessantissima analisi…non ho molto da aggiungere, se non riportarvi la mia esperienza personale diretta delle ultime due settimane dal mondo arabo. Mentre nei giornali diciamo occidentali Gaza aveva smesso largamente di fare “la une”, nella mia casa di rifugiati in mezzo al deserto, dove però non mancava la televisione, la tragedia palestinese dominava attraverso Al Jazeera. Io non capisco l’arabo, ma mi bastavano le immagini, 24 ore di bombardamento mediatico di cadaveri, macerie, lacrime. ho visto lo zoom in primo piano del viso insanguinato ed esanime di un bambino morto trovato scavando dal fratello o dal padre, che è svenuto dal dolore al momento della scoperta. L’ho visto diverse volte perchè si trattava dell’immagine a chiusura di ogni telegiornale. i servizi avevano continuamente come protagonisti orfani a cui era morta in un colpo solo l’intera famiglia, accompagnati nella casa distrutta a commentare la loro sciagura, che non riuscivano però a smettere di piangere. altri piccoli erano ripresi mentre inveivano arringando discorsi ai microfoni i cui toni e i gesti erano pienamente appartenenti alla politica, non certo all’infanzia. questo per rappresentare esattamente ciò che valentina ha scritto, un’omissione sistematica da un lato (noi credo che nelle nostri emittenti non abbiamo visto che fumo e luci verdi degli infrarossi, omoni in mimetica in marcia e carri armati,evviva la guerra vera!)e un utilizzo del dolore e della verità cruda delle immagini quasi esasperato,a volte, dall’altro. due pubblici diversi, due verità, due storie, due tipi di immagini. si capisce come le prospettive nell’informazione e nella guerra delle informazioni contino quando per parlare degli oltre 1000 morti palestinesi si debba per forza, per forza, trattare allo stesso momento anche il tema delle vittime dei razzi Kassam, allo stesso livello sempre e comunque, un servizio su questo, senza far vedere troppo sangue, e uno su quello, mai dimenticare una specie di par condicio assurda e basata su una lettura della realtà che ci verrebbe da definire quantomeno falsa, se ci inserissimo anche noi in una logica dualistica.
    e poi, per concludere, solo un appunto su quello che mi ha fatto notare un mio amico, una volta, guardando il nostro bel telegiornale. il termine vittime non è stato usato quasi mai per gli abitanti di Gaza, la parola vittima presuppone l’esistenza di un un carnefice, una colpa, tocca di più l’opinione pubblica, orienta. i bambini palestinesi non possono essere innalzati al rango di vittime, non sempre. la guerra dell’informazione si gioca su ogni singola parola, sul suo significato intrinseco, sui valori che rievoca. è per questo che come ci ha fatto notare vale, dobbiamo stare attentissimi anche a ogni singolo termine che utilizziamo, perchè anche noi, incosciamente o consciamente, siamo inseriti in questa dinamica.

  3. Andrea Pompozzi said

    Aggiungo solo un breve commento, su una questione che svilupperò maggiormente nella mia analisi: probabilmente Israele, impedendo ai giornalisti di entrare a Gaza durante le operazioni militari, non voleva solamente nascondere all’opinione pubblica mondiale i massacri di civili che stava compiedo, ma intendeva evitare l’accumulo di prove a sostegno dell’accusa che in questi giorni gli viene rivolta dall’Onu e da altre parti, cioè quella di aver commesso crimini di guerra. Riporto, a tal proposito, la conclusione di un articolo pubblicato su “Le Monde” il 24 gennaio scorso (http://www.lemonde.fr/international/article/2009/01/24/gaza-israel-prepare-sa-defense-contre-des-accusations-de-crimes-de-guerre_1146023_3210.html#ens_id=1106055):

    “En visite à Gaza, le 20 janvier, le secrétaire général de l’ONU, Ban ki-Moon, a estimé que les responsables des bombardements contre des bâtiments de l’ONU devraient être identifiés et “rendre des comptes devant des instances judiciaires”. Plusieurs voix ont appelé à la création d’une commission d’enquête indépendante. Pour Antoine Bernard, directeur exécutif de la Fédération internationale des ligues des droits de l’homme (FIDH), “la question des preuves est la raison pour laquelle les Israéliens ont fermé l’accès à Gaza” et “il ne faudrait pas que la reconstruction soit l’occasion de détruire des preuves”, s’inquiète-t-il.

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