Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Analisi: la Scena Politica Israeliana

Posted by claudiacampli su 26 gennaio, 2009

Claudia Campli, 26 gennaio 2009

Let the real (political) war begin*

Dopo la prima settimana di tregua tra Hamas e Israele e il ritiro dell’IDF da Gaza, completato casualmente (leggi: appositamente) per martedì 20 gennaio, giorno dell’insediamento del nuovo presidente statunitense Barack Obama, si riorganizza il dibattito politico israeliano e si intravedono i primi tentativi di capitalizzazione a livello politico dei successi e/o degli insuccessi dell’Operazione Cast Lead, scattata lo scorso 27 dicembre, una settimana dopo la fine della tregua di sei mesi tra Hamas e Israele.

L’intervento militare israeliano a Gaza, mirato a distruggere le postazioni utilizzate da Hamas per il lancio di razzi Qassam contro Israele e i tunnel utilizzati dal Movimento di Resistenza Islamica per il riarmo (e per l’approvvigionamento di beni di prima necessità, drammaticamente scarsi nella Striscia, a causa del blocco commerciale totale imposto da Israele), sembra non aveva raggiunto gli obiettivi sperati e dichiarati.

Se infatti in un primo momento l’operazione militare aveva raccolto il consenso di più del 90% degli israeliani, oggi già fa capolino il malcontento di coloro che ritengono invece che l’attacco armato, sviluppatosi in tre fasi (il bombardamento aereo, l’attacco via terra e l’ingresso dell’IDF sul territorio della Striscia), non abbia affatto risolto il problema di sicurezza di Israele.

La minaccia di Hamas è stata tutt’altro che eliminata, e la delusione dell’elettorato comincia ad emergere.

Hamas pare essersi rimessa in piedi immediatamente, dopo aver subito per tre settimane il quasi incessante fuoco israeliano. L’ingresso di armi nella Striscia sembra continuare attraverso i tunnel che non sono stati distrutti dall’IDF, mentre quelli distrutti vengono riparati e nuovi vengono scavati. I militanti di Hamas, un vero e proprio esercito di giovani volontari, si sono dunque alacremente rimessi a lavoro.

Ciò che viene fuori da questo quadro è che ciò il governo israeliano pensava di utilizzare come leva per risollevare le sorti dei due maggiori partiti che ne fanno parte- Kadima e Labor- può rivelarsi ora un boomerang.

La guerra contro Hamas, che poteva ridare lustro all’attuale coalizione di governo e creare qualche speranza se non di vittoria, almeno di ridimensionamento della sconfitta alle elezioni del 10 febbraio, può ora al contrario giocare a svantaggio dei suoi stessi artefici, soprattutto tenendo conto dei reali effetti sul radicamento e sulla forza di Hamas nella Striscia, così come del consenso raccolto dalla stessa Hamas tra i palestinesi di Cisgiordania.

La guerra ha infatti provocato un inevitabile slittamento a destra dell’asse politico-elettorale (come Yossi Verter ha scritto su Haaretz: “In accordance with the history that’s familiar to us from the last few decades, wars stenghten the right-wing bloc even if they are managed by centre-left governments), a diretto vantaggio di quei partiti che già a destra erano e sono, cioè il Likud di Benyiamin Netanyahu e l’Yisrael Beitenu dell’ancora più radicale ed estremista Avidgor Lieberman, accreditato ad oggi come la probabile terza forza politica israeliana con 16 seggi, dopo Likud (32) e Kadima (28, che potrebbero scendere a 22).

Se inizialmente la guerra sembrava aver di fatto favorito il “soldato” Barak e l’”inflessibile” Livni, in realtà le aspettative sul risultato elettorale appaiono nuovamente rovesciate a favore della destra.

Dato ulteriore di questa radicalizzazione della politica israeliana, a tre settimane dall’incontro elettorale, taciuto da molti quotidiani internazionali (ma che da questi non è sicuramente passato inosservato), l’esclusione da parte del Central Election Committee dei partiti di arabi israeliani, Balad e Ra’am-Ta’al( che rappresentano il 20% della popolazione di Israele) dalla prossima competizione elettorale, giustificata con l’accusa contro questi di predicare il terrorismo e rifiutare il diritto all’esistenza di Israele come Stato ebraico (ma guarda caso questi partiti chiedono di partecipare al “gioco” democratico elettorale di uno Stato che rifiutano!).

Nonostante i due partiti sia poi stati riammessi dalla Corte Suprema israeliana si tratta di un dato che induce forzatamente a riflettere sulla democraticità dello Stato di Israele per ciò che concerne la garanzia del diritto all’uguaglianza di tutti i cittadini.

Con l’emergere dunque dei primi insuccessi dell’operazione militare i giochi elettorali sembrano più che mai aperti. Chiaramente, come naturale e prevedibile, la guerra sarà l’argomento centrale della campagna elettorale, che entrerà nel vivo nelle prossime due settimane. Attorno al dibattito sul successo o meno dell’operazione, sulla soluzione della minaccia terroristica e sul più ampio e complesso problema del processo di pace si confronteranno gli aspiranti parlamentari e ministri.

Ad oggi non mancano né le critiche all’interno né dall’esterno sullo svolgimento della guerra e su ciò che è stato effettivamente acquisito tramite essa.

Per il governo di Olmert (ormai fuori dai giochi elettorali, quindi “per il governo di Livni e Barak”) la guerra di Gaza è un nuovo, ulteriore, fallimento dopo quello del Libano 2006?

Che la guerra non abbia portato all’acquisizione di maggiore sicurezza per Israele è fuor di dubbio; Hamas è ancora lì, in piedi, operativa e gode del supporto di molti. Un’ondata di rabbia anti-israeliana si è levata in tutto il mondo arabo e rischia di mettere in agitazione le acque più di quanto non lo siano già.

L’errore fondamentale di Israele è stato quello di pensare di poter combattere il terrorismo con lo strumento tradizionale della guerra, di sconfiggere un movimento di resistenza a cui non si riconosce il carattere di statualità con un attacco armato da parte di un esercito statuale. Un classico esempio di conflitto asimmetrico, non convenzionale. Che per l’appunto non è stato risolto, perché non si può risolvere, con le armi. Armi che ottengono il risultato opposto di esacerbare e radicalizzare ulteriormente la contrapposizione, inficiando gli eventuali tentativi di dialogo e mediazione.

Che la guerra non abbia servito nemmeno i meri calcoli elettorali della trojka Olmert-Livni-Barak è sempre più evidente, almeno stando agli ultimi sondaggi elettorali.

Ma ciò che è più certo è che la guerra è stata pagata con la vita di circa 1330 palestinesi, oltre 5000 feriti e con danni a Gaza per 2 miliardi di dollari, 22000 abitazioni distrutte o danneggiate.

Che essa abbia sollevato le critiche a livello internazionale è anche manifesto. Ciononostante una risposta, se non concreta almeno ufficiale (la risoluzione ONU 1860), ha tardato ad arrivare e non ha trovato granché ascolto.

Diverse sono inoltre state le accuse contro Israele per crimini di guerra e per le molte violazioni del diritto internazionale, grande assente di questo conflitto (come d’altronde di tutti i conflitti).

La palese violazione del principio di proporzionalità nella reazione contro un’offesa armata, la non discriminazione tra obiettivi militari e civili, l’aver colpito obiettivi neutrali per eccellenza come la scuola dell’UNRWA a Jabaliya o i magazzini delle Nazioni Unite a Gaza City. Last but not least, l’uso del fosforo bianco in zone urbane densamente abitate, confermato anche da una commissione d’inchiesta istituita da Israele stesso ma che non fa sperare nella giusta condanna dei responsabili dell’uso sconsiderato degli “ exploding smokes”, data la dichiarazione del Primo Ministro Olmert di totale supporto alla difesa dei soldati impiegati nella guerra dei giorni scorsi. (http://www.nytimes.com/2009/01/17/world/middleeast/17israel.html?_r=1&ref=middleeast)

Quale porta rimane allora aperta per il processo di pace tra le due comunità dopo l’attacco a Gaza e il peggioramento delle relazioni con Hamas?

Vorrei provare a rispondere con le parole di Jeffrey Goldberg: “The only small chance for peace today is the same chance that existed before the Gaza invasion: The moderate Arab states, Europe, the United States and, mainly, Israel, must help Hamas’s enemy, Fatah, prepare the West Bank for real freedom, and then hope that the people of Gaza, vast numbers of whom are unsympathetic to Hamas, see the West Bank as an alternative to the squalid vision of Hassan Nasrallah and Nizar Rayyan.” (http://www.nytimes.com/2009/01/14/opinion/14goldberg-1.html)

Di nuovo quindi viene proposta la mediazione con Fatah: ma come? Come tornare a interloquire con un soggetto fortemente indebolito e delegittimato, con un mandato popolare per altro scaduto?

Per Israele trovarsi a negoziare con un soggetto debole potrebbe essere anche un vantaggio, come fu all’inizio degli anni ’90, ma con quali concreti risultati per la pacifica convivenza col popolo palestinese?

*Jerusalem Post, 19 gennaio 2009

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