Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Terza analisi su Kadima

Posted by Folco Zaffalon su 26 gennaio, 2009

Dopo 23 giorni di guerra e 1315 morti, di cui 400 bambini, si torna alla politica. I riflettori, intanto, sono tutti puntati su Obama e l’opinione pubblica torna a disinteressarsi dei palestinesi. I tre criminali di guerra Olmert-Barak-Livni cercano di trarre vantaggi dal conflitto. I primi sondaggi non mostrano grandi cambiamenti rispetto a quelli pre-attacco militare. Il Likud si mantiene in testa (29-31 seggi, ma un ultimo sondaggio lo da addirittura a 33), seguito da Kadima (23–26) e Labor (16), mentre è in forte crescita il partito di Lieberman, Yisrael Beiteinu (14-16). 1/4 degli Israeliani non hanno ancora preso una decisione.

E’ passata ormai più di una settimana dal cessate-il-fuoco unilaterale di Israele e il ritiro dei soldati ormai è quasi concluso. Riprende così la campagna elettorale, ancora totalmente incentrata sul problema della sicurezza nazionale. E’ stato possibile assistere ad una “tregua” elettorale durante il conflitto, mentre alla sua conclusione l’unità delle forze politiche è pronta a scannarsi sui risultati e le conseguenze dello stesso, in un ridicolo e tragico balletto sulla vita dei palestinesi.

Il vero vincitore della guerra è il militarismo ma come commenta Yossi Verter su Haaretz “in accordance with the history that’s familiar to us from the last few decades, wars strengthen the right-wing bloc even if they are managed by centre-left governments” (https://knesset2009.wordpress.com/2009/01/21/gaza-assault-helps-the-hawks/). Dai sondaggi (vedi corsivo) infatti sembra che ciò abbia giovato alla Destra più che ai candidati dei partiti che hanno voluto la guerra e perpetuato questo massacro.

A pagarne le spese sembra che sia proprio il partito di maggioranza Kadima.Se Barak infatti è riuscito a raddoppiare i consensi, e a porsi come uomo forte, in grado di guidare un governo di unità nazionale nei prossimi processi di pace (anche se poco credibile dopo l’ennesimo massacro e dato il suo passato di oppositore di Oslo), Kadima al contrario non è riuscita a scrollarsi di dosso problemi interni e d’immagine. Nonostante Gaza, il ricordo del fallimento del Libano del 2006 non sembra essere dimenticato, in una fase in cui effetti positivi non se ne vedono. La piattaforma di Kadima prevedeva negoziati con Siria e Anp: la prima, almeno per ora, non sembra assolutamente disposta ad affrontarli, mentre l’Anp è forse la vera sconfitta della guerra di Gaza: in calo legittimità, potrebbe recuperare forza solo in caso di un governo di unità nazionale palestinese, di fatto osteggiato da Israele. I negoziati sembrano più che mai lontani ora e Kadima non sembra avere una reale Agenda di Pace, più che mai necessaria di fronte alle pressioni che potrebbero venire dagli Usa di Obama.

La drammatica memoria corta degli Israeliani potrebbe però avere degli effetti sugli ultimi quindici giorni di campagna elettorale: potrebbe accadere un fatto eccezionale che distolga l’opinione pubblica dalla guerra di Gaza, anche se questa opzione sembra remota in tempi così stretti. Un piccolo errore potrebbe però cambiare le carte in tavola in una situazione in cui le dichiarazioni dei principali partiti non si differenziano molto. Haaretz ha rimarcato difatti lo spostamento di tutti i partiti e dell’opinione pubblica verso un estremismo radicale. Le differenze sembrano solo retoriche e nessuno può e vuole prendere parte a un vero processo di pace. La Livni stessa non ha esitato a mostrare il suo lato “forte e masculino” (si è vantata di quanto “selvaggi” sia stato l’esercito israeliano massacrando i palestinesi).(https://knesset2009.wordpress.com/2009/01/25/no-moderates-left/). In una situazione così radicale è normale che sembrino più credibili le forze politiche che da sempre hanno basato la loro esistenza su programmi di sicurezza e ordine pubblico. La politica di Kadima invece, che punta ad un elettorato di centro, oscilla fra politiche di “centro” e “destra”. La sua svolta militarista sembra averle ancora fatto perdere credibilità come “partito che governi il processo di pace”(vero motivo per cui era stato fondato da Sharon). Kadima non ha una vera ideologia ed è un “partito nato per il potere”: una sua sconfitta potrebbe avere conseguenze distruttive per l’esistenza dello stesso.

La Livni non sembra avere l’esperienza e il carisma per imporsi nella scena politica israeliana e rispondere alle critiche del suo operato nelle fasi diplomatiche del conflitto. Netanyahu, nonostante abbia appoggiato la guerra e l’operato dell’esercito (ricevendo anche le lodi di Olmert), non ha esitato ad attaccare la debolezza del ministro degli esteri: prima per non esser riuscita ad imporre agli Usa il veto alla Risoluzione Onu, poi per aver concluso la guerra “troppo presto”, senza grandi risultati. Effettivamente, di fronte ai missili di Hamas, alla sua opera sociale e di ricostruzione, allo scavo di nuovi tunnel, l’accordo Rice-Livni sull’appoggio Usa alla lotta contro il contrabbando d’armi sembra ben poca cosa. Kadima, in tutta risposta, ha accusato il Likud di accordarsi con Barak per “far fuori” la Livni. Questa accusa dimostra come, nella prospettiva di un governo di unità nazionale, Barak possa ricevere un ruolo politico ben più importante della stessa Livni.

La Livni era stata scelta come “Mrs.Clean”, essendo fuori dai giochi di potere e di denaro dell’establishment (per ripulire il partito dalle accuse di corruzione a Olmert che hanno portato alle sue dimissioni), ma ciò sembra avere poco peso in una fase in cui integrità, economia, lotta alla corruzione sono temi totalmente di secondo piano rispetto a quelli della sicurezza.

Inoltre, iniziano a piovere sulla Livni anche critiche dall’interno dello stesso partito Kadima. Molti candidati alla Knesset si lamentano della sua scelta nelle primarie (vinte il 17 settembre per 431 voti) a spese del ministro dei trasporti Shaul Mofaz, ritenuto più adatto soprattutto in una situazione di conflitto, dato il suo passato di ex-capo di Stato Maggiore. In una specie di “piagnisteo pre-sconfitta” alcuni elementi del partito sostengono che quest’ultimo non avrebbe perso la possibilità di formare un governo (obiettivo fallito dalla Livni dopo le primarie), fatto che avrebbe posticipato le elezioni di un anno. Alcuni che avevano sostenuto la Livni alle primarie si sono addirittura scusati con Mofaz per il loro “errore”. Iniziano anche le defezioni: Meir Nitzan, 4 volte sindaco di Nishon Leizon, ha dichiarato il suo passaggio (molto opportunistico) al Likud a causa delle divergenze dalla politica e dai comportamenti della Livni. Sta di fatto che la svolta a destra del partito e la nuova vena “guerrafondaia” del leader le avevano già fatto perdere credibilità proprio verso la base di centro-sinistra che l’aveva condotta al potere e che non voleva un falco al comando. In conclusione, il leader di Kadima sembra essersi trovata veramente “out of her league”, come riporta incisivamente uno slogan del Likud.

L’unica possibilità per tornare ai vertici del consenso popolare sembra quella di una “mossa a sorpresa”. Le trattative per la liberazione di Gilad Schalit possono indurre a prospettare la liberazione del caporale a ridosso le elezioni, fatto che avverrà in cambio del rilascio di diverse centinaia di prigionieri palestinesi, che saranno portati a Gaza (o all’estero, ma non in Cisgiordania). Questo fatto, in controtendenza rispetto ai proclami contro Hamas e al rifiuto del dialogo, sarebbe una mossa elettorale rischiosa che però potrebbe porre la Livni in una posizione di forza nel nuovo nascente processo di Pace. Il ministro degli esteri sembra essersi resa conto che Obama può essere una “opportunità per Israele” solo se vede dei segni dalla leadership di volere la pace. Le pressioni americane si indirizzeranno infatti verso i partito disponibili alla nascita di una nuova “commissione Mitchell”, che ripartirà dal fallimento di Camp David e di Oslo, per un nuovo piano di pace che stabilizzi il conflitto israelo-palestinese e che tenda ad un’equilibrio regionale con Siria e Iran. L’azione del presidente americano potrebbe influire direttamente sulle elezioni israeliane, data anche la forte avversione dei Clinton per Netanhyau, uno dei principali colpevoli del fallimento del processo di pace nel suo precedente mandato governativo (’96-’99).

Rimando a questo proposito ad alcuni paralleli che portano acqua al mulino di tutti quelli che vedono un parallelo fra le azioni di Israele e le fasi della politica americana.

1.il 4 novembre (giorno delle elezioni americane) Israele lanciò un raid e uccise vari palestinesi, rompendo di fatto la tregua. Hamas da quel giorno ha lanciato 200 razzi (il 19 dicembre è infatti la data ufficiale della fine della tregua, ma di fatto era già saltata da un mese e mezzo), legittimando poi l’attacco dell IDF con la sua decisione di non rinnovare la tregua. Si è trattata di una provocazione per essere provocati? Oppure si è approfittato delle elezioni per fare un raid mentre il mondo aveva occhi solo per Obama?

2.L’intervento militare, oltre ad approfittare di un’opinione pubblica distratta dalle feste, è coinciso con l’ultimo periodo della presidenza di Bush. Un presidente ormai indebolito che non ha potuto far altro che continuare la politica di totale appoggio e accondiscendenza a qualunque mossa di Israele. Dalla fine del 2001 Bush ha completamente delegato la soluzione della questione israelo-palestinese a Tel Aviv. Il cessate-il-fuoco è arrivato esattamente allo scadere del suo mandato e ha visto nel contempo un ultimo “regalo”: un accordo fra Livni e Rice che obbliga il prossimo presidente a farsi carico della sicurezza ai confini di Gaza, del controllo dei valichi e del contrabbando di armi e missili.

3.L’avvento di Obama ha di nuovo oscurato la situazione nel campo, legittimando nuovamente l’assedio, il blocco economico e la prigionia.

Saranno le pressioni americane a decidere chi può essere il giusto leader dell’alleato Israele, in vista delle sue mosse per ricreare un nuovo equilibrio in Medio Oriente adatto agli interessi strategici ed economici degli Usa?

Insomma, come tutte le guerre, il massacro di Gaza non solo è inaccettabile dal punto di vista umano, ma porta anche verso un vicolo cieco la politica. Solo un’apertura di un orizzonte nuovo di pace può far riprendere la sottile speranza, ma dal panorama politico israeliano non sembrano aprirsi spiragli in tal senso. Il partito Kadima, con le sue sanguinose visioni a breve termine e con la sua inconsistenza politica, non sembra veramente adatto a riprendere in mano la situazione, ne in un possibile processo di pace, né in un’altra tragica fase dell’infinito conflitto. L’elettorato sembra averlo capito, e se deve fare una scelta militarista, perseguirà quella più credibile, quindi voterà per il Likud.

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