Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Sesta analisi settimanale: Usa/Israele e il “quartetto”

Posted by gaetanoditommaso su 29 gennaio, 2009

 

Le parole “To the Muslim world, we seek a new way forward, based on mutual interest and mutual respect….To those who cling to power through corruption and deceit and the silencing of dissent, know that you are on the wrong side of history, but that we will extend a hand if you are willing to unclench your fist” pronunciate durante il discorso inaugurale, l’annunciata (e poi firmata) chiusura del carcere di Guantanamo, la prima telefonata nel suo primo giorno in carica fatta ad Abbas, le successive telefonate ai leader regionali arabi, la nomina di Richard C. Hollbrook come “special adviser” e rappresentante per Pakistan e Afghanistan, la scelta della tv satellitare araba al-Arabyya per la prima intervista formale della presidenza, il primo National Security meeting riservato ad Iraq e Afghanistan, la scelta di George J. Mitchell come inviato per il Medio Oriente (e l’immediato inizio della sua missione nella zona): queste le carte messe sul tavolo mediorientale dal 44esimo presidente degli Stati Uniti durante la sua prima settimana in carica.

Nonostante sia davvero una missione impossibile riportare credibilità, autorità e legittimità agli Stati Uniti nelle piazze e nei governi arabi, Barack Hussein Obama si è dato da fare.

E le reazioni non sono tardate ad arrivare: secondo i media americani (e molti di quelli europei) egli sembra essere stato in grado di aprire un canale di contatto con mondo arabo con il discorso del 20 gennaio, di aver seriamente (e positivamente) sorpreso con l’ordine di chiusura di Guantanamo e di aver colpito nel segno con l’intervista all’emittente araba.

Meno veneranti i giornali arabi e, soprattutto, i palestinesi, sempre meno avvezzi a credere a promesse sul futuro e a contare sull’appoggio americano.

Di certo, però, le parole e le azioni di Obama hanno lasciato un segno, positivo, nel panorama arabo: tutti riconoscono come per Obama e per la nuova amministrazione Usa ci sia un’attenzione nuova (anche se non ammirazione) e una predisposizione al dialogo. Il nuovo presidente, in pratica, appare sincero nel suo impegno e nel suo interesse (e di questi tempi non è poco); le apparenze, però, non sostituiscono il bisogno di vedere fatti compiuti, piuttosto che dichiarazioni d’intenti, da parte dell’audience araba.

Il ventaglio di reazioni all’insediamento dalla nuova amministrazione passa dal cauto ottimismo del principe Faisal (Arabia Saudita), alla fiduciosa attesa del segretario dell’Onu Ban Ki-Moon, alle controverse (e tanto attese) risposte di Iran e Siria: la piccata risposta di Ahmadinejad sembra rimandare indietro le offerte di distensione, mentre Bashar al-Adad afferma la sua disponibilità a dialogare con la nuova amministrazione Usa così come con il nuovo governo israeliano, di qualsiasi schieramento esso sia.

Il punto cruciale rimane proprio Israele. George J. Mitchell sta compiendo in queste ore il suo “grand tour” in Medio Oriente e ovviamente non mancherà di visitare Tel Aviv, il problema è che più che ascoltare cosa ha da dire Olmert, dovrebbe considerare l’umore di Netanyahu, che sembra sempre più destinato ad essere il prossimo primo ministro israeliano.

Proprio su questo punto, le relazioni Usa col prossimo governo israeliano, si registrano le opinioni più diverse. Certo è che Netanyahu non ha affatto un buon score come portatore di pace nel conflitto con i palestinesi, anzi. E la coalizione di forze che potrebbe sorreggere il suo governo, tra cui il partito dell’estremista di destra Avigdor Lieberman, non lascia molte speranze a future iniziative politiche per risolvere il problema.

Sulla questione c’è chi dice che l’insediamento di un governo targato Likud porterà una inevitabile rottura con questa amministrazione Usa e chi invece, ribaltando la situazione, afferma che sarà proprio la presenza di un governo di destra a portare più possibilità di manovra per Obama.

In pratica, si suggerisce come una chiara, anche se dura, trattativa con un governo di destra schierato su posizioni diverse da quelle degli Usa potrebbe spingere il governo statunitense ad adoperare finalmente in maniera efficace le leve, economiche e politiche, che esso ha sul governo israeliano. Invece, un “finto” governo laburista (cioè un esecutivo che dichiarasse a parole di cercare la pace ma poi agisse indirettamente comunque in maniera repressiva e discriminatoria sui palestinesi, come spesso è stato in Israele) sarebbe più difficile, politicamente, da contrastare e “bacchettare” (o “costringere”) pubblicamente per Obama.

Questo paradosso politico, secondo cui per Obama sarebbe più facile fare la parte del “buono” (o del tanto atteso “honest broker”) nel caso in cui riuscisse a “staccarsi” e differenziarsi in maniera marcata dal partner israeliano, sembra azzardata, o quantomeno molto ottimistica.

In effetti, sebbene possa davvero essere vero che tanto più il governo israeliano va a destra, tanto più sarebbe facile per gli Stati Uniti scrollarsi di dosso l’immagine di paese appiattito sulle posizioni israeliane, poi il problema sarebbe convincere davvero quel governo così distante ideologicamente.

In settimana la Livni ha datto che Obama rappresenta un’opportunità per Israele se questo sceglierà la pace, altrimenti sarà rottura. La candidata di Kadima non voleva far altro che mostrare, a scopi elettorali, di aver capito il messaggio statunitense e “suggerire”, in questo modo, come la forza politica in grado di relazionarsi con l’alleato d’oltreoceano fosse il suo partito, di centro, e non la destra dello schieramento politico israeliano. In realtà, in patria la sua mossa è stata bollata come “disperata” dal Likud, che ha risposto evidenziando come, in caso di necessità (di sicurezza) ciò che servirebbe al popolo israeliano sarebbe proprio un governo in grado di tener testa agli Stati Uniti e non uno accondiscendente con essi. Tanto per far notare la differenza di visioni (e di copertura mediatica occidentale), l’esternazione dalla Livni è stata riportata come un segno delle capacità miracolose di Obama, la risposta della destra, che sembra abbia avuto molta presa in patria, no.

Per adesso, dopo oltre dieci giorni dalla reciproca tregua unilaterale (il gioco di parole dice tutto…) proclamata da Hamas e Israele, ancora non si vede nessuna stesura definitiva del documento che dovrebbe garantire il proseguimento su basi stabili della tregua stessa.

L’Egitto è sempre più in fibrillazione: ora è talmente coinvolto nelle trattative che ogni sua mossa, in una direzione o nell’altra, porta ricadute e recriminazioni nel settore opposto. D’altronde non potrebbe essere altrimenti per un paese che sta cercando allo stesso tempo di assegnare la vittoria del conflitto ad entrambi i contendenti.

Mubarak sta incredibilmente provando a conciliare le richieste di Israele e Hamas e, contemporaneamente, mantenere a bada l’umore del popolo egiziano, guadagnare (mantenere?) la leadership del mondo arabo ed diventare un partner affidabile per l’Europa e gli Stati Uniti: sembra normale che qualcosa non quadri.

L’Europa, dal canto suo, travolta dalla “mediaticità” dell’evento Obama, ancora non riesce a trovare una propria identità nella questione. Le cancellerie del vecchio continente sono tutte disponibilissime ad offrire aiuti e forze di controllo per Gaza, ma sembra che lo facciano senza tanta cognizione di causa. L’Unione Europea avrebbe un credito spendibile enorme sulla questione (di credibilità e di denaro sonante) ma, in realtà, non c’è nessuna vera presa di posizione (tranne un’apertura francese sul dialogo con Hamas e vaghe accuse allo stesso movimento da parte di funzionari umanitari EU), nessuna proposta chiara, netta, vincolante sul futuro della questione. Nessun parere sull’elezione israeliana, né “endorsement” di sorta. L’Unione Europea c’è, ma di solito è nel posto più “umanitario” possibile, dal lato meno esposto al vento delle critiche politiche che ci sia. I leader europei, sia a livello nazionale che continentale, a questo punto, o dimostrano un grado abbastanza rilevante di incapacità e inadeguatezza nelle questioni di politica estera mediorientale o, come spesso accade, hanno un paura terribile delle opinioni pubbliche europee ogni qualvolta si tratti di decidere su conflitti in corso da qualche parte del mondo.

Quindi, l’Europa, e il Quartetto in generale, con dichiarazioni precise mantengono la posizione. “Con Hamas non si tratta”: niente Hamas, tutti con Abu Mazen. E nel frattempo, si mandano aiuti…ma un attimo, gli aiuti umanitari a chi si mettono in mano? Anche l’Onu di uno scioccato e depresso (forse per la propria ininfluenza) Ban Ki-Moon ha riconosciuto che senza Hamas e praticamente impossibile organizzare la ricostruzione di Gaza (se vi capita, ditelo anche al bravo Frattini, che ultimamente sembra perdere colpi, ora che è occupatissimo a farsi mortificare anche dal governo brasiliano).

In conclusione: fine del lancio di razzi su Israele, nessuna possibilità di riarmo per Hamas, chiusura di tunnel sotterranei, controllo dei valichi e liberazione del caporale Shalit da una parte; apertura dei passaggi tra Gaza e Israele e Egitto, fine del blocco economico, fine dell’occupazione e liberazione di centinaia di militanti di Hamas detenuti da Israele dall’altra: queste le posizioni, quasi diametralmente opposte tra Israele e Hamas per avviare la trattativa di “pace” (tregua? pausa?). Come al solito agli Stati Uniti, in primis, il compito e l’autorità di mettere ordine e di proporre “merce” (o/e “dollari”) di scambio mentre la debolissima tregua in atto sembra già vacillare.

Gli uomini scelti da Obama per il Medio Oriente hanno un passato da negoziatori di successo alle spalle e Mitchell è davvero uno dei pochi americani rimasti a cui i governi arabi guardano con rispetto e non con diffidenza, basterà? La campagna elettorale in corso sarà solamente un megafono per la propaganda? Se così fosse, visto che con i governi uscenti non si fanno accordi, tutto sembra rimandato a metà febbraio, mentre su Gaza lentamente scende il sipario.

Gli Stati Uniti, nel frattempo, è meglio che comincino a preparare l’ennesimo piano di attacco. Questa volta, però, politico.

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