Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Quinta analisi settimanale: Il Mondo Arabo

Posted by Alessandro Accorsi su 30 gennaio, 2009

Il sanguinoso e controverso conflitto di Gaza sembra essere giunto al termine, ma quali sono i risultati tangibili di tale conflitto?

Ha forse Israele raggiunto il suo dichiarato obiettivo di maggior sicurezza e stabilità, ristabilendo una capacità di deterrenza? Ha Israele ottenuto lo smantellamento delle postazioni lancia razzi, la distruzione dell’arsenale, la fine del contrabbando di armi, la rivolta dei palestinesi contro Hamas stesso o l’annientamento del Movimento Islamico? Hanno forse portato a casa una vittoria anche elettorale la Livni e Barak e una reputazione più candida Olmert?

Ha Hamas ottenuto migliori condizioni di vita a Gaza per la sua popolazione, fatto cessare il blocco dei valichi, rafforzato la sua posizione interna, spinto gli attori internazionali a considerarla un partner credibile e necessario con cui negoziare? Ha, forse, spinto Abbas a rivedere alcune sue posizioni? Ha inflitto una memorabile lezione a quei saccentoni sionisti dell’IDF?

Se, come me, giudicate difficile dare una risposta affermativa ad anche una sola delle domande poste sopra, beh, sarebbe per noi facile pensare che si è trattato di una guerra inutile.

Ma possono mai morire più di 1300 esseri umani su entrambi i fronti, essere spesi ingenti quantità di denaro in armi in un momento di crisi economica, mobilitate opinione pubblica e propaganda, disturbati emiri, sultani, mullah, presidenti, ambasciatori, diplomatici, terroristi salafiti che agiscono su scala globale, ONG, volontari, giornalisti (anche se forse nessuno li ha chiamati e non sono stati affatto disturbati) e presidenti eletti ma non ancora a lavoro, per una guerra inutile?

Suvvia, sarebbe una sciocchezza! Ma signori, non fatevi trarre in inganno!

Ciò che ha mosso realmente questo conflitto e gli attori in esso coinvolti, sono interessi e obiettivi non dichiarati ma ben più importanti. E, purtroppo come altre volte è successo in questo conflitto storico, troppe persone hanno preso parte al grande “Risiko” andato in scena.

Per quel che riguarda il mio ambito di analisi, la “mezzaluna” appare molto più divisa.

Uno dei risultati del conflitto è stato infatti l’acuirsi delle già presenti differenze all’interno del mondo arabo, che appare dal di fuori compatto e granitico, ma che è ben lontano dall’essere così.

Negli ultimi giorni di conflitto si sono formati due gruppi contrapposti: quello che possiamo definire di Sharm, sull’asse Egitto, Giordania, Arabia Saudita, e quello di Doha, composto principalmente da Qatar (ma anche altri emirati del golfo) e Siria con la partecipazione straordinaria degli altri due attori regionali “non-arabi”, Iran e Turchia.

Mentre il “gruppo di Sharm” era intento a negoziare con Israele, ANP, Usa, UE un cessate il fuoco a Gaza, l’altro gruppo si riuniva straordinariamente a Doha. Per un incontro al vertice che nelle intenzioni doveva rappresentare un incontro ufficiale della Lega Araba per prendere una posizione sul conflitto e valutare eventuali mosse da fare, ma che in realtà dopo il boicottaggio da parte del gruppo di Sharm e di altri paesi, si è trasformato in un semplice e retorico summit arabo. O, meglio, di parte del mondo arabo.

Ma perchè questa divisione?

Proverò a delineare una mia analisi che tenga conto di più livelli di indagine.

  1. Problematiche interne: Egitto, Arabia Saudita e Giordania hanno problemi con la forte opposizione interna islamista, mentre i paesi del golfo hanno dovuto fronteggiare grandi dimostrazioni di piazza in supporto di Hamas fomentate anche dalle parole di Nasrallah.

    Opposizione islamista che per Egitto e Giordania è rappresentata dai Fratelli Musulmani in forte crescita, soprattutto a Il Cairo, mentre per l’Arabia Saudita il salafismo radicale che predica il jihad contro la stessa monarchia wahabita. I tre paesi attraverso gli sforzi diplomatici hanno cercato di legittimarsi in qualche modo come “salvatori” nel tentativo di togliere spazio politico alla mera azione retorica di Hezbollah e Iran, soprattutto dopo le pesanti critiche provenienti da tutto il mondo arabo. Egitto, Giordania e Arabia Saudita hanno soprattutto monopolizzato la via diplomatica a loro vantaggio, escludendo qualsiasi altro partecipante arabo. In realtà, in Egitto ad esempio l’opposizione ha tratto vantaggio dal conflitto per gridare contro il governo e guadagnare posizioni contro lo stesso ruolo di mediatore di Mubarak, che è stato costretto a stringere il controllo sui media.

  2. Equilibri regionali: l’asse di Sharm ha dei forti legami, diretti o indiretti con Israele.

    Egitto e Giordania hanno stretto da tempo accordi di pace con Tel Aviv (unici paesi arabi ad averlo fatto), mentre l’Arabia Saudita intrattiene delle buone relazioni visto anche che hanno grandi amicizie in comune, essendo i due alleati strategici nella regione degli Usa.

    Per di più Egitto e Giordania hanno molta paura che Gaza e Cisgiordania vengano spinte nuovamente verso di loro e inglobate nei loro territori, avendone o direttamente il controllo o la responsabilità de facto. Non vogliono assolutamente tale compito che li destabilizzerebbe.

    Questi paesi hanno formato un gruppo conservatore che si oppone, fondamentalmente, all’espansione iraniana. Dall’altra parte della barricata si può vedere una conferma di ciò nel fatto che Hezbollah e Teheran hanno passato più tempo a criticare questi paesi che ad aiutare Hamas o la popolazione di Gaza. L’Arabia Saudita, dopo aver passato anni a finanziare i movimenti islamisti (contribuendo alla loro radicalizzazione) in funzione anti-ayatollah, ora finanzia quelli conservatori, dirottando molti dei finanziamenti diretti ad Hamas e a Gaza nelle casse della molto modigerata ANP di Abu Mazen.

    Inoltre, una vittoria di Hamas o una sua forte legittimazione politica, destabilizzerebbe la regione, alcuni equlibri governativi o parlamentari interni, l’opinione pubblica mediorientale e gli effetti di ciò ricadrebbero in primis su di loro. Per questo supportano Abbas e mirano ad un suo consolidamento sia internazionale, sia tra i palestinesi ed evitano di fare concessioni ad Hamas.

  3. Scena Internazionale: Egitto e Giordania non sono certamente nella posizione di mettersi contro gli Usa da cui dipendono economicamente. Primo se con l’amministrazione Bush c’è stato un completo appiattimento sulle posizioni israeliane, secondo in previsione delle mosse della nuova amministrazione improntata al dialogo.

    Allo stesso tempo, l’Egitto ha cercato di sfruttare la situazione per migliorare i rapporti con i paesi dell’UE e di “farsi bello” nei confronti di questi. L’Arabia Saudita allo stesso modo non vuole rovinare i rapporti con l’Occidente: sa benissimo che un aumento del prezzo del petrolio in questo momento di crisi economica globale sarebbe lesivo dei suoi stessi interessi finanziari all’estero, che rappresentano se possibile un interesse ancora maggiore di quello petrolifero.

  4. L’Iran: una legittimazione nel mondo arabo e una vittoria politica di Hamas avrebbe creato forse un nuovo Hezbollah, alleato strategico di Teheran e rafforzato il regime degli ayatollah. Ma, come già da me affermato in precedenza, anche una sconfitta “non pesantissima” di Hamas avrebbe rappresentato una vittoria per i persiani.

    La retorica pro-Hamas e pro-palestinesi di Gaza ha infatti pagato in termini di prestigio e di influenza anche nelle questioni altrui. E il conflitto, ha contribuito a tenere lontana l’attenzione mediatica mondiale dal programma nucleare.

    Eppure Ahmadinejad sembra non aver compreso quale grande favore gli avesse fatto Israele e quale grande potere negoziale detiene oggi l’Iran nella soluzione della crisi, del conflitto e degli equilibri regionali. Tanto che l’ayatollah Khamenei è dovuto intervenire a placare una delle tre iniziative di Ahmadinejad per un coinvolgimento “attivo” di Teheran nel conflitto, quando ha smentito la volontà del Presidente della Repubblica Islamica di inviare “volontari” a combattere a Gaza. Le altre due proposte (l’embargo petrolifero a tutto l’Occidente e l’invio di personale iraniano al valico di Rafah per portare assistenza ad Hamas e alla popolazione) sono state declinate rispettivamente dall’intero blocco dei paesi arabi (supporto a Gaza si, ma finchè non metta in crisi la loro posizione economica) e dall’Egitto (che non voleva ulteriori intromissioni, per di più con personale iraniano nel proprio territorio).

  5. La Siria: La grande assente. Per la Siria passano sicuramente molte soluzioni al conflitto. E Bashir Al-Assad lo sa bene, tanto che è rimasto alquanto immobile. Molto distante dallo stile effervorato del padre. La giusta retorica di circostanza, senza molti eccessi, nessuna azione concreta, nessun tentativo di intromettersi né di mediare.

    Bashir Al-Assad sa bene che finchè Meshaal abiterà a Damasco è nell’interesse di chiunque voglia risolvere il conflitto fare prima i conti con lui. La posta in gioco è quella già messa sul piatto nei negoziati con Israele e spetta ad Obama valutarla.

    Sicuramente Assad appare più ragionevole e incline al dialogo. Ma la situazione interna ad Hamas (con lo “sradicamento” e la distruzione della sola parte politica del Movimento e non di quella militare rappresentata da Meshaal, che invece si è rafforzata), lo favorisce oggi più che mai. Poiché se con Hamas non si vuole parlare, allora bisogna fare concessioni a Damasco e a Teheran perchè queste pressino o isolino il Movimento Islamico.

  6. La Turchia: a mio personale giudizio, la più grande sorpresa.

    Sin dalla mediazione tra Siria e Israele su un possibile accordo di pace, la Turchia ha iniziato a giocare un ruolo ben più attivo nella regione che ha dominato fino alla fine della Prima Guerra mondiale. Molti analisti mediorientali si sono occupati di questa svolta di politica estera per un paese che sin dalla sua “fondazione moderna”, ha volto le spalle al medio oriente appena perso per entrare (ed ottenere finalmente un riconoscimento) nel salotto europeo. Secondo molti, i continui rinvii nel processo di ingresso nell’UE, hanno portato molti in Turchia a riconsiderare la politica estera pro-europea, per guardare nuovamente al Levante. Soprattutto in un momento in cui la Turchia kemalista e laica è governata da un partito islamista moderato, che può sfruttare la sua identità pro-occidentale e religiosa per accumulare rinnovati consensi nella regione. Tanto che lo stesso Khaled Meshaal aveva “auspicato” una presenza dei militari turchi (in quanto musulmani) come forza di interposizione al posto dei militari europei che sarebbero invece facilmente giudicabili come kafir, infedeli, e dunque indegni di occupare la Terra Santa.

    Se ciò avvenisse sarebbe la prima volta dal 1918 in cui i militari di Istanbul (o di Ankara se preferite) marciano in Medio Oriente superando il confine turco/siriano.

    La Turchia può inoltre sfruttare la sua particolare posizione per “mediare” tra l’Occidente, Israele, la Siria e l’Iran, ricavandone sicuramente degli enormi vantaggi su più fronti.

    Che sia questa la nuova dottrina di politica estera? Che sia il ritorno in Medio Oriente un’ulteriore rottura con l’insegnamento di Ataturk?

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3 Risposte to “Quinta analisi settimanale: Il Mondo Arabo”

  1. Alessandro Accorsi said

    Scusate la mia completa assenza di questi giorni, ma ho chiuso le valigie 4 ore fa e domani sera si parte per Paris…
    Questa è l’analisi della scorsa settimana che avevo già scritto in forma schematica il giorno in cui ci siamo incontrati da Folco, ma a cui non ero ancora riuscito a dare una forma quanto meno argomentativa…
    Mi scuso ancora, ma essendo stato completamente assente ho preferito non aggiornarla e quindi è così come l’avevo buttata giù una settimana e mezza fa.
    Per il primo periodo non avrò internet a casa, ma cercherò di connettermi in qualche modo e di recuperare il tempo perso e farvi avere le prox analisi e magari del materiale per preparare le conferenze…
    In bocca al lupo per tutto ragazzi!! e buon lavoro!
    per qualsiasi cosa mandatemi una mail o scrivete un commento!
    Buonanotte…

  2. Folco Zaffalon said

    Io non sono totalmente d’accordo sul fatto che parlare di “guerra inutile” sia una sciocchezza. Non penso sia solo retorica pacifista (le guerre sono tutte inutili, non risolvono niente).

    Dipende secondo me come vogliamo osservare questa guerra. Come hai detto tu, se gli obiettivi veramente sono quelli che Israele ha fatto passare o comunque quelli più pressanti per Israele (maggior sicurezza e stabilità, ristabire la capacità di deterrenza,smantellamento delle postazioni lancia razzi, la distruzione dell’arsenale di Hamas, la fine del contrabbando di armi, la rivolta dei palestinesi contro Hamas stesso,l’annientamento del Movimento Islamico, guadagni elettorali per la Livni e Barak, una reputazione più candida Olmert) questa può essere considerata una guerra inutile.

    Se la guardiamo dalla prospettiva di Hamas dobbiamo soppesare i pro e i contro della provocazione, come hai detto tu Hamas non ha “ottenuto migliori condizioni di vita a Gaza per la sua popolazione, fatto cessare il blocco dei valichi, rafforzato la sua posizione interna, spinto gli attori internazionali a considerarla un partner credibile e necessario con cui negoziare”. Non ha “spinto Abbas a rivedere alcune sue posizioni” e non “ha inflitto una memorabile lezione a quei saccentoni sionisti dell’IDF” (anzi). La sua posizione è difficile come, se non di più di prima del conflitto.
    Anche da qui, si può dire che la guerra è stata inutile.

    Se guardiamo all'”utilità” politica, leggendo la tua analisi si deduce che di certo qualcosa ci hanno guadagnato Iran e Siria (e in altra forma, la Turchia), ma non possiamo dire che questi attori siano stati “protagonisti” di questa guerra, anche se hanno sicuramente delle responsabilità più o meno dirette delle azioni di Hamas. Ma questi miseri guadagni (anche di fronte ad una situazione totalmente ribaltabile con l’avvento di Obama) non possono far pensare che il conflitto sia parte dei “disegni di potere” dei detti paesi o comunque frutto dello scontro fra paesi arabi (e Iran) che mi sembra sia più una conseguenza che una causa.

    Infine, naturalmente questa guerra non aiuta sicuramente a stabilizzare il MedioOriente e ad avviare processi di pace (come ho letto in più o meno tutte le analisi che abbiamo prodotto), quindi in questo senso, è di nuovo una guerra inutile.

    Allora, dato che ci sono implicazioni contingenti ma soprattutto storiche che ancora non afferriamo a fondo, non voglio concludere che questa guerra è stata “inutile” anche politicamente da tutti i punti di vista.

    Però ragionando in questi termini e osservano un pò chi ne ha tratto vantaggio, io posso dedurre che questa guerra sia stata “utile” solo a chi il processo di pace non lo vuole, a chi interessa mantenere una situazione di fondamentalismo estremo, a chi vuole continuare politiche di annessione, a chi vuole mantenere uno stato di guerra per non dover cedere parti del territorio.
    Bisogna quindi pensare che è questa la vera finalità di Israele? E di chi in particolare? Tutti? C’è in fondo un tacito consenso nei luoghi del potere sorretto anche dalla società civile sempre più estremista?

    Riporto le considerazioni che avevo già postato in una mia precedente analisi da un articolo di Shabana Syed su Arab News secondo la quale i veri obiettivi di questa guerra sono terrorizzare e uccidere i Palestinesi per distruggere la loro “volontà di resistenza” e accantonare ogni piano di pace duratura per evitare di cedere territori. La Syed riprende le parole di Jonathan Cook che vede un disegno sionista nel fomentare il radicalismo arabo, nell’aumentare la minaccia terrorista (con la propaganda e con la Guerra), tutto per poter giustificare il proprio espansionismo delle colonie e la propria politica militarista”.

    Se vogliamo ragionare in questi termini, allora penso che realmente questa guerra sia stata “utile” a qualcuno. E che dobbiamo aspettarci il peggio.

    se vogliamo essere più ottimisti, mi sembra che si possa dire che la situazione nel campo è veramente la stessa di due mesi fa, con 1300 morti in più, e un presidente criminale in meno.

    mi piacerebbe sapere la vostra opinione, anche attraverso articoli o saggi che magari non ho letto e che danno altre visioni della questione.

  3. alicemarziali said

    Stavo scrivendo un commento da un’ora e mezza e mi si è cancellato tutto. Perdonatemi se ora riassumo quello che volevo dire per punti sintetici. Sviluppo questo dibattito sulla guerra inutile iniziato da Folco partendo da un articolo apparso su Le Monde Diplomatique il 22 gennaio, di Alain Gresh, “La presse israélienne s’interroge après Gaza” https://knesset2009.wordpress.com/2009/01/22/la-presse-israelienne-s%e2%80%99interroge-apres-gaza/#more-3341. l’autore a partire dall’analisi dei commenti sull’esito della guerra dei maggiori quotidiani israeliani, trova come minimo comun denominatore proprio l’inutilità della guerra, declinata però in due interpretazioni: una giudica inutile la guerra perché ha fallito nei suoi obiettivi dichiarati, che doveva portare invece a termine. Tali obiettivi sono quelli di cui si è già parlato, porre fine all’arrivo di armi a Gaza, porre fino al lancio di razzi, sradicare Hamas. L’altra, attribuita alla voce unica di Gideon Levy, attribuisce un esito fallimentare alla guerra non solo per non aver compiuto i suoi obiettivi ma nella sua essenza stessa, in quanto massacro di persone che ha minato ulteriormente la reputazione internazionale di Israele (ma non quella interna) e quella di Tsahal, che fronteggiava un nemico con un’asimmetria di forze incredibile. Dunque, una critica all’ontologia stessa dell’attacco. Partendo dal presupposto avanzato anche da Folco che, anche ci fossero stati ragioni razionali alla base dell’attacco, l’immoralità dell’inutilità insita nel massacro di persone e nella distruzione resta, politicamente e strategicamente parlando, la mancanza di utilità alla guerra è spaventosa perché implica un vuoto totale di razionalità dei decision making, che sarebbe preoccupante da questo punto di vista. Io penso personalmente che gli obiettivi dichiarati della guerra erano irrealizzabili chiaramente già dal principio, a meno che non si fosse posta in atto una bella distruzione totale che avrebbe tolto a Israele anche parte del problema dei palestinesi, la cui esistenza per Israele è un problema di cui non fa neanche tanto mistero. Ma lasciando da parte queste considerazioni, dunque, quali altri obiettivi si volevano raggiungere? A livello regionale, non credo che l’incrementarsi di una spaccatura sempre più irresolubile all’interno del mondo arabo, manifestata peraltro dalla totale afasia della Lega Araba (incapace di organizzare un summit comune) fosse un obiettivo fondamentale che ha condotto al conflitto. Come non credo lo fosse la messa da parte completa della proposta araba congiunta di pace(il piano saudita). E non vedo neanche come il guadagno siriano- iraniano, possibilmente prevedibili, e quello meno prevedibile turco potessero essere benvenuti da Israele. Tra l’altro, oggi sembra che la possibilità di parlare con Hamas sia molto più ventilata, anche se timidamente, di quanto non lo fosse prima dell’attacco.
    Dunque, perché?
    Folco ha parlato di volontà di annullare la capacità di resistenza palestinese attraverso il terrore, accantonare qualsiasi piano di pace che preveda una coesistenza dei due popoli, fomentare il terrore per giustificare il proprio estremismo. L’ultimo è un esito che è facilmente raggiungibile, visto l’odio instillato in tutti i bambini che hanno visto morire l’intera famiglia e che già si scagliano contro l’entità sionista. Vorrei aggiungere che oggi la scena politica israeliana e anche il dibattito in seno alla società, sembrano dominati dal neo-sionismo, a discapito del post-sionismo. La militarizzazione provocata dal conflitto e il prosieguo del processo di virata a destra che già era iniziato prima della guerra non sembrano lasciare spazio ad un dibattito pluralista che pure era florido in Israele, né a voci discordanti, che invece ci sono e alle quali bisognerebbe dare rilievo, ma che sono ridotte al quasi silenzio. Che le ragioni della guerra fossero anche o eminentemente elettorali non è da escludere. Kadima ha perso lo slancio guadagnato nei primi giorni di conflitto, il Likud è sempre in testa, Barak invece ha preso terreno rispetto ai consensi ai minimi storici pre-bellici.
    il discorso è, a parte i reali risultati, che in un clima politico di crisi, folle come quello che si respirava a dicembre, con una crisi di leadership mai così evidente, e con un gioco continuo di rialzo all’estremizzazione, che i tempi super miopi pre elettorali abbiamo vinto su qualunque ragionevole considerazione anche a medio termine non è totalmente inconcepibile. Senza contare che la militarizzazione, la necessità di unità nazionale, l’ulteriore estremizzazione post bellica sembrano aver dato una sferzata enorme al dibattito politico, ma anche solo alle coscienze. Dunque , invece di parlare di inutilità, potremmo parlare di irresponsabilità. Non solo, per carità, non credo sia solo questo. Ma la cosa grave è che ad Israele sia comunque concessa.

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