Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Sesta analisi settimanale: Conflittualità

Posted by Andrea Pompozzi su 31 gennaio, 2009

Con la proclamazione di una tregua unilaterale da parte d’Israele, il 18 gennaio scorso è terminata l’operazione Cast Lead. I Palestinesi di Gaza si ritrovano con circa 1300 morti, più di 5000 feriti e 100000 senzatetto (le case distrutte sono circa 21000), oltre ad una devastazione che ha causato danni per almeno 1,5 milioni di dollari. Gli Israeliani registrano 13 morti, di cui tre sono vittime civili. Ma al di là di questi importanti dati materiali, qual è lo scenario politico prodotto dalla guerra di Gaza? Quali sono ora i rapporti di forza tra Hamas e Israele, e quante possibilità ci sono di arrivare ad una tregua durevole tra le due parti? Chi esce davvero vincitore dal conflitto, chi ha raggiunto i suoi obiettivi? Quali sono gli “effetti collaterali” di questa campagna militare?

 

Se consideriamo tali questioni dal punto di vista israeliano, non possiamo certo dire che l’operazione Cast Lead sia stata un successo lampante. Hamas, pur avendo ricevuto un duro colpo, non si è arresa, né ha perso interamente il suo potenziale offensivo: lo ha voluto dimostrare lanciando alcuni razzi su Israele, subito dopo che questi aveva proclamato una tregua unilaterale. Inoltre, se non si raggiungeranno presto accordi per la completa eliminazione dell’embargo su Gaza e per un serio coinvolgimento di Hamas nei negoziati di pace, tutto fa pensare che, prima o poi, la situazione si farà di nuovo incandescente, non appena Hamas si sarà riorganizzato e la popolazione di Gaza avrà superato la crisi attuale.

D’altro canto, è dubbio che Israele abbia riacquisito il suo potenziale di deterrenza nei confronti dei Palestinesi e di tutto il mondo arabo. Innanzitutto, bisogna precisare che il governo israeliano, a parole, ha fissato come obiettivo finale dell’operazione militare l’indebolimento di Hamas e la fine dei lanci di razzi sulle città israeliane, mentre nei fatti ha voluto infliggere una punizione collettiva alla popolazione palestinese. L’obiettivo di Israele era dire agli abitanti di Gaza: “Sappiate che siete voi i responsabili del nostro attacco, perché voi avete dato il potere ad Hamas. E se continuerete a sostenere Hamas, che lancerà ancora razzi su Israele, le nostre rappresaglie contro di voi saranno sempre più violente e sproporzionate”. I bombardamenti israeliani non sono stati diretti solo contro obiettivi militari, e ciò non è accaduto per errore. Non è un errore bombardare una casa dove qualche ora prima erano state raccolte decine e decine di civili; non è un errore uccidere tante persone innocenti usando artiglieria pesante e fosforo bianco in aree urbane densamente popolate; non è un errore sparare ad un ragazzo palestinese nel cortile di casa sua. Anche se non bisogna generalizzare (vi sono casi di soldati israeliani che hanno preferito interrompere un’azione militare, piuttosto che correre il rischio di uccidere civili palestinesi), in molti casi l’IDF è stato autore di attacchi indiscriminati contro tutto e contro tutti, il cui scopo era la pura e semplice devastazione. Ciò è confermato dal fatto che i soldati israeliani hanno preso di mira anche un’auto su cui viaggiavano alcuni giornalisti, i quali hanno faticato non poco a farsi riconoscere, salvandosi solo graize alla possibilità di contattare i portavoce militari israeliani. Cosa sarebbe successo ad una famiglia palestinese, nella stessa situazione?

Vietare ai giornalisti di entrare nella striscia di Gaza, nel corso dell’operazione militare, è stata una parte della strategia israeliana. L’esercito doveva avere la possibilità di compiere anche attacchi contro vittime innocenti, senza che ciò venisse documentato e riportato dai media di tutto il mondo. Inoltre non si dovevano produrre prove che, in un secondo momento, avrebbero confermato le accuse di chi, come Richard Falk, vuole condannare Israele per crimini di guerra. Questo esperto indipendente dell’Onu, inoltre, ritiene che la guerra sia stata fatta soprattutto a spese dei bambini, i quali costituiscono più della metà della popolazione di Gaza. Quest’ultima, d’altro lato, non ha avuto nemmeno la possibilità di scappare: la prosecuzione del blocco dei valichi della Striscia, da parte d’Israele e dell’Egitto, ha reso Gaza una vera e propria “prigione a cielo aperto”.

Tuttavia, a giudicare dagli umori della gente, non sembra che il messaggio d’Israele abbia ottenuto l’effetto sperato, ovvero lo “scollamento” tra Hamas e la popolazione su cui governa. Si può sostenere, invece, che sia accaduto il contrario: i Palestinesi, a Gaza, non riuscendo a spiegare il perché dell’assurda “spedizione punitiva” israeliana, percependola come un ennesimo attacco alla loro identità nazionale, si sono ricompattati intorno ad Hamas, appoggiando la sua lotta armata contro il nemico sionista, sordo ad ogni trattativa pacifica.

Quindi Hamas, pur avendo ricevuto una batosta sul piano militare, esce dal conflitto con una grande vittoria politica: può affermare di aver resistito agli assalti del miglior esercito mediorientale e proporsi come l’unico partito ancora intenzionato a lottare per la causa palestinese. La guerra di Gaza, infatti, ha gravemente incrinato la credibilità di Fatah e ridotto i suoi consensi tra i Palestinesi, poiché ha dimostrato che la strategia del dialogo con Israele, seguita dal partito di Abbas, non porta alcun risultato.  Secondo alcuni leaders di Fatah, il 27 dicembre scorso (data di inizio dell’operazione Cast Lead) sarebbe addirittura iniziata “l’era di Hamas”, così come nel 1968 iniziò l’era di Fatah con la battaglia di Karamah (cfr. http://www.independent.co.uk/news/world/middle-east/fatah-fears-gaza-conflict-has-put-hamas-in-the-ascendancy-1513430.html ). Una cosa sola è certa: se Israele e la comunità internazionale vogliono davvero riavviare il processo di pace in Palestina, devono necessariamente coinvolgere Hamas nei negoziati e considerarlo un attore politico, non semplicemente un’organizzazione terroristica. Israele, l’Ue e gli Usa non possono ignorare Hamas e trattare solamente con il più moderato Fatah, dal quale molti Palestinesi non si sentono più rappresentati. L’Europa, in particolare, se davvero vuole presentarsi come honest broker e giocare un ruolo importante nel conflitto tra Hamas e Israele, non può continuare ad adottare pesi e misure diversi nei confronti delle due parti contrapposte, bensì deve preoccuparsi allo stesso modo delle questioni che stanno a cuore agli Israeliani (fine del lancio di razzi Qassam su Israele, fine del contrabbando di armi verso Gaza) e di quelle che interessano i Palestinesi (rimozione dell’embargo contro Gaza).

In conclusione, possiamo dire che il conflitto terminato il 18 gennaio scorso ha dispensato vittorie ad entrambe le parti coinvolte: Israele ha ottenuto un successo militare, Hamas uno politico. Nessuno dei due avversari, tuttavia, ha raggiunto obiettivi di medio e lungo periodo, il che fa prevedere nuove escalation di violenza, a meno che non venga ripresa la strada del negoziato. Molto dipenderà dalle politiche del nuovo governo israeliano, che si formerà in seguito alle elezioni del prossimo 10 febbraio. Per ora non è rassicurante sapere che i tre maggiori partiti d’Israele (Likud, Kadima e Labor) sono estremisti più o meno allo stesso modo: votare per loro, infatti, significa votare per la guerra ad oltranza contro Hamas, rinunciando in partenza ad ogni trattativa con tale organizzazione.

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