Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Prima analisi settimanale: I Palestinesi

Posted by valecardia su 5 febbraio, 2009

Gli eventi su Gaza hanno riportato all’attenzione dell’opinione pubblica mondiale ed al primo posto nell’agenda internazionale l’irrisolta questione israelo-palestinese, da qualche tempo passata in secondo piano.

 

La guerra, iniziata il 27 Dicembre, ha messo fine ad un periodo di relativa calma e stabilità, frutto di un cessate il fuoco di circa sei mesi stipulato tra Hamas ed il governo israeliano lo scorso giugno. Tale accordo prevedeva la fine dei lanci di razzi in territorio israeliano da parte palestinese, in cambio di un alleggerimento del blocco economico su Gaza da parte di Israele.

Vorrei a tal proposito ricordare che il governo israeliano bloccò i confini con Gaza in seguito alla presa di potere di Hamas nella Striscia, al fine di mettere in gravi difficoltà economiche il governo del movimento estremista ed evitarne ogni riarmo. L’effetto principale di tali misure è stato tuttavia un impoverimento della popolazione civile.

La tregua tra Hamas ed il governo israeliano è scaduta il 19  Dicembre ed i leader del movimento islamico hanno da subito espresso la propria volontà di non prolungare ulteriormente il cessate il fuoco. Essi hanno infatti accusato Israele di non aver rispettato le condizioni della tregua, poiché il blocco su Gaza sarebbe stato mantenuto.

La decisione presa è stata sostenuta soprattutto dalla leadership insediata a Damasco, mentre la leadership a Gaza era più dubbiosa circa la ripresa delle ostilità.

Allo scadere del cessate il fuoco i militanti di Hamas hanno immediatamente ripreso il lancio di razzi in territorio israeliano, causando diversi danni alla popolazione che vive al confine con Gaza.

Dopo aver più volte intimato ai miliziani di cessare ogni azione ostile, Israele è scesa in campo il 27 Dicembre con un attacco aereo, che ha colpito diversi obiettivi reputati sede dell’organizzazione.

L’entità dei danni e l’elevato numero di morti registrati sin dal primo giorno dell’intervento hanno reso da subito palese la durezza con la quale Israele avrebbe risposto agli attacchi subiti.

È probabile che i leader del movimento islamico non si aspettassero una reazione di tali proporzioni, ma essi dichiarano di non aver avuto altra scelta se non quella di riprendere le ostilità contro il nemico di sempre.

Il conflitto è durato circa 22 giorni ed è terminato il 18 Gennaio con un cessate il fuoco unilaterale proclamato da Israele ed in seguito da Hamas.

La fine delle ostilità ed il ritiro delle truppe hanno fatto emergere uno scenario preoccupante sia dal punto di vista umanitario che politico.

La situazione umanitaria a Gaza si è mostrata da subito gravissima: la popolazione è stata pesantemente colpita (il numero dei morti si aggira intorno ai 1300) e la città è in rovina, sono stati distrutti edifici pubblici e case civili.

Lo stesso segretario generale dell’ONU, in visita in Medioriente nei luoghi della guerra, è rimasto sconcertato per il livello di distruzione e per gli ingenti danni inflitti alla popolazione civile, ed ha condannato la pesante offensiva israeliana.

Israele avrebbe, inoltre, ammesso negli ultimi giorni di aver fatto ricorso ad armi al fosforo bianco. A tal proposito la “International Criminal Court” starebbe studiando delle vie per aprire un’inchiesta sui crimini di guerra perpetrati dall’esercito israeliano.

Iniziano ora i lavori per la ricostruzione, si stima che i costi si aggirino intorno ai 2 miliardi di dollari e la gestione dei fondi stanziati presenta forti disaccordi.

Israele ha infatti accettato di finanziare i lavori, a patto che neanche un centesimo finisca in mano ad Hamas. USA, UE e diversi stati arabi hanno appoggiato la posizione israeliana e rifiutano di stanziare aiuti se questi andranno ad arricchire il movimento islamico.

L’interlocutore ideale sarebbe l’OLP, guidata da Abu Mazen (o Mahmud Abbas), ma difficilmente gli uomini di Fatah riuscirebbero a lavorare nei territori della Striscia senza un accordo con Hamas.

Sul piano politico, la guerra di Gaza ha portato ad una crescita del consenso di Hamas ed all’inasprirsi delle rivalità tra Hamas e Fatah, i due movimenti principali alla guida del popolo palestinese.

All’indomani del ritiro delle truppe israeliane, Hamas ha ripreso il controllo del territorio ed ha proclamato la propria vittoria per essere riuscita a sopravvivere all’attacco nemico.

La guerra ha inflitto un duro colpo a Fatah, ed al leader dell’OLP Abu Mazen.

Il partito fondato da Arafat nel 1959 e principale forza all’interno dell’OLP è stato aspramente criticato per non aver agito con fermezza contro le azioni israeliane e per aver accusato Hamas di aver provocato la guerra.

Il ruolo del partito appare delegittimato a causa del fallimento della sua politica di conciliazione adottata nei confronti di Israele da diversi anni a questa parte. I continui negoziati non avrebbero ottenuto i risultati sperati, provocando la disillusione del popolo palestinese verso l’operato dell’OLP.

Alla fine della guerra Abu Mazen si è fatto promotore di una proposta per la formazione di un governo di unità nazionale, tra Fatah e Hamas, che potesse gestire la riapertura dei confini.

Negli ultimi giorni tuttavia si è parlato sempre meno di quest’eventualità e le posizioni dei due movimenti si sono inasprite ulteriormente.

Hamas dichiara di non riconoscere l’autorità di Abu Mazen quale rappresentante del popolo palestinese, K. Meshaal, dalla sua sede  a Damasco, ha perfino affermato di voler dar vita ad una nuova direzione palestinese alternativa all’OLP.

Un ulteriore elemento di attrito è dato dalla recente scadenza del mandato presidenziale di Abu Mazen, lo scorso 9 gennaio. Egli si è rifiutato di indire nuove elezioni, sostenendo che la costituzione legittima la sua permanenza in carica fino al 2010, anno delle elezioni parlamentari.

Il prestigio di Hamas è cresciuto anche all’interno del mondo arabo, il movimento ha raccolto ampio supporto durante il vertice a Doha, in particolare dalla Siria, dal Qatar e dall’Iran.

Quest’ultimo ha giocato un ruolo fondamentale nella vita del movimento. Nonostante le differenti correnti religiose, i leader dell’organizzazione palestinese ed i governanti iraniani condividono la stessa politica verso il nemico israeliano ed Hamas ha ricevuto in diverse occasioni l’appoggio finanziario e politico della potenza iraniana.

 

Attualmente si stanno svolgendo al Cairo dei negoziati separati, promossi dalle autorità egiziane, tra funzionari del governo israeliano ed esponenti di Hamas.

L’obiettivo principale dell’accordo sarebbe l’approvazione di un cessate il fuoco di 18 mesi, ma i negoziati sono resi difficili dal rifiuto delle parti di incontrarsi direttamente.

Hamas richiede la riapertura dei confini, Israele vuole invece la fine dei lanci di razzi sul proprio territorio, ma non si dice disposta a riaprire il confine con la Striscia di Gaza, se non per l’ingresso di aiuti umanitari.

La preoccupazione principale del governo israeliano è un possibile riarmo di Hamas e l’ingresso di armi nel suo territorio.

Un altro degli obiettivi di Israele è la chiusura dei tunnel tra Gaza e l’Egitto, attraverso i quali avverrebbe il contrabbando di armi. Una delle soluzioni possibili potrebbe essere un monitoraggio dell’area da parte di funzionari del governo egiziano, dell’UE e della Turchia.

Negli ultimi giorni Israele ha proposto la riapertura dei confini in cambio della liberazione del soldato israeliano, Gilad Shalit, ma Hamas fino ad ora si è detta contraria a tale scambio.

 

È evidente che la guerra su Gaza abbia indebolito Hamas solo dal punto di vista militare, ma abbia portato ad un’ampia crescita del suo consenso.

Il vero sconfitto sembra essere Abu Mazen e la sua politica di mediazione e negoziati.

Al fine di ottenere una tregua duratura sarebbe, tuttavia, auspicabile che Fatah ed Hamas trovino un accordo per dare un’unica voce al popolo palestinese.

Hamas ha bisogno della legittimazione internazionale e questa potrebbe più facilmente arrivare se decidesse di unirsi a Fatah in un governo di unità nazionale. In tal caso gli interlocutori esterni sarebbero costretti ad accettare la presenza di Hamas al governo del popolo palestinese.

È comunque impensabile che si possa ottenere una soluzione duratura senza il coinvolgimento del movimento islamico nelle trattative per la risoluzione del conflitto.

Gli ultimi eventi hanno dimostrato che Hamas è una realtà che non può essere ignorata.

 

 

 

 

 

 

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