Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Settima analisi settimanale Usa/Israele e il Quartetto

Posted by gaetanoditommaso su 5 febbraio, 2009

Manca meno di una settimana all’elezione della nuova knesset e, sebbene la campagna elettorale sia vivissima in Israele (con la Livni che va a fare comizi in discoteca – stendiamo un velo pietoso – ), i giochi sembrano già fatti.

Infatti, la vecchia legge politica secondo cui in tempi di crisi e di insicurezza un uomo politico forte va sempre bene, sembra di nuovo pronta a dimostrare la sua validità. In fondo, non ha tanta importanza il passato politico (e non) di quest’uomo, il fatto che le sue idee sembrassero indifendibili, discriminatorie (illegali?) o aggressive: la dialettica elettorale assicura memoria a breve termine per l’elettore medio e uno sguardo verso il futuro non sempre lungimirante.

Questo è ciò che sembra emergere dalla fotografia della società israeliana a pochi giorni dalle elezioni: un paese che sprizza patriottismo e nazionalismo da tutti i pori e che fa fatica a far rimanere il suo amor proprio dentro il seppur solido muro di cinta che lo separa dalla Palestina (e dal resto del mondo). Un paese che sta per scegliere Netanyahu e Lieberman (sì, l’anti-arabo che ha accusato i deputati arabi della Knesset di essere collaborazionisti di Hamas e auspica l’uso delle armi nucleari per “sistemare” il problema di Gaza) come interlocutori della nuova amministrazione Usa e dei palestinesi: Benjamin “Cunctatur” Netanyahu è stato l’uomo che ha abilmente seppellito, con pazienza, vangata (di terra colonica) dopo vangata, il processo di Olso; Lieberman, d’altro canto, un anno fa ha addirittura abbandonato la coalizione di governo come conseguenza dei tentativi di colloquio con l’ANP. I palestinesi (e con loro la comunità internazionale) dovrebbero fare davvero un grande sforzo di immaginazione per credere realmente che essi siano pronti a riconoscere o concedere qualcosa, seppur minimo, alla causa palestinese.

Stando alle posizioni della campagna elettorale, per quanto di rito e strumentali esse vogliano essere, ed a meno di un miracolo di Barack-Benedetto Obama, il processo di pace non avrà affatto vita facile nei prossimi mesi.

Eppure, la settimana appena trascorsa aveva offerto spunti interessanti: l’azione insistente di Mitchell in Medio Oriente, le dichiarazioni su (e di) Hamas e l’apertura della Siria.

In particolare, l’inviato presidenziale Mitchell ha continuato le sue audizioni dei maggiori governi arabi mediorientali e le sue intenzioni, dirette verso una pace stabile e duratura, sono apparse serie e credibili. I punti su cui lavorare sono tanti, primo tra tutti quello degli insediamenti israeliani in Palestina (tema che egli aveva già analizzato in passato): uno stop alla continua crescita dei coloni è indispensabile, peccato che proprio in settimana siano emersi rapporti mantenuti segreti del governo di Tel Aviv che raccontano di come le istallazioni israeliane nella West Bank siano aumentate, piuttosto che diminuite come da accordo, negli ultimi anni.

Anche per quanto riguarda Hamas ci sono stati sviluppi interessanti, su diversi fronti. L’organizzazione terroristica palestinese sembra aver accettato la proposta di tregua mediata dall’Egitto: il punto cruciale restava quello dei valichi di Gaza e a quanto pare Hamas avrebbe accettato un’apertura dei transiti condizionata, però, ad un controllo di questi ultimi da parte degli uomini di Fatah.

Tuttavia, oltre ad annunci da parte egiziana non si è andati, nel senso che nessuna tregua è stata sancita ufficialmente e, anzi, il cessate il fuoco tra le parti sembra instabile come sempre.

Altro punto caldo è quello dello “status” di Hamas. Le posizioni “ufficiali” di non-colloquio rimangono ferme (né Mitchell, né Hillary Clinton, né l’Onu, né l’EU, né Israele dicono di voler parlare ufficialmente con Hamas), in settimana però Tony Blair ha gettato il sasso nello stango dicendo apertamente che non si può parlare di processo di pace continuando ad ignorare Hamas e che piuttosto sarebbe necessaria un’apertura condizionata nei confronti dell’organizzazione palestinese. Il rappresentante del Quartetto ha confermato che il riconoscimento di Israele rimane insindacabile ma che bisogna ugualmente proporre soluzioni condivise al problema e trovare uno spazio negoziale “riconosciuto” per Hamas.

Nessuno sembra capire che per Hamas (almeno per la sua parte politica) il non riconoscimento di Israele è ormai più una bandiera che uno scopo pratico primario: la posizione di non riconoscimento è una carta di negoziazione, un qualcosa grazie al quale differenziarsi dal “nemico” Fatah: è la bottom line negoziale di Hamas, essa casomai sarà l’ultima merce di scambio con Israele, non la prima.

Se Hamas riconoscesse Israele ora, immediatamente, come punto di partenza imprescindibile per ogni negoziazione, cosa rimarrebbe di effettivo da scambiare con la controparte israeliana? Quali sarebbero le carte con cui Hamas potrebbe strappare qualche concessione ad Israele?

L’inferiorità nella negoziazione di Hamas nei confronti di Israele è smisurata, seduti ad un tavolo di negoziazione Hamas non potrebbe concedere niente ad Israele che esso non possa prendersi ugualmente con la forza (vedi cos’è successo nell’ultimo mese), quindi non potrebbe “estorcere” niente di rilevante ad Israele: di sicuro non uno stato Palestinese in cambio dell’unica cosa che Hamas può offrire ora, cioè la fine del lancio di razzi.

In uno scenario di negoziazione (scambio, o lotta), Hamas cerca disperatamente di non cadere nella stessa trappola dell’ANP, cioè di far dipendere la sua legittimità direttamente da Israele o da attori esterni: Hamas si sbraccia per apparire “viva”, “indipendente” e autonoma. Cerca di porsi sullo stesso piano di Israele per cercare di ottenere qualcosa da esso.

E’ in quest’ottica che si leggono le parole di risposta che i leader del movimento hanno espresso alle dichiarazioni di Blair. Piuttosto che accogliere positivamente l’apertura, essi l’hanno snobbata, anzi quasi disprezzata, definendo “stupide” le parole del rappresentante del Quartetto. Oltre che a sottolineare l’inconsistenza politica di chi parlava, la risposta di Hamas cela la volontà di “rimandare al mittente” la gentile “concessione” fattagli: Hamas non ha bisogno di essere riconosciuta per sentirsi la vera forza palestinese. Hamas c’è, e con essa dovrete fare i conti a prescindere dal fatto che voi vogliate farli o meno: è questo ciò che sembrano voler dire i vertici dell’organizzazione. È “stupido” il solo pensare in altri termini.

Hamas è però, ora, oggettivamente in difficoltà: sembra aver accettato una tregua a delle condizioni impensabili fino a pochi mesi fa (il ritorno di Fatah a Gaza), la leadership continua ad essere divisa e il movimento ha bisogno di non perdere la gestione della ricostruzione per non uscire dalle grazie del popolo di Gaza, più stanco che mai di guerra e violenze. Hamas non può permettersi di portare di nuovo la guerra a Gaza, e farà di tutto, anche abbandonare la linea militare e sfruttare quella politica (come già fatto in passato) per rimanere in sella come guida della causa palestinese. Se l’opzione militare non paga, Hamas non farà scrupoli ad abbandonarla. Ogni qualvolta si apre questa finestra di opportunità c’è l’effettiva possibilità di riportare Hamas dentro uno scenario “istituzionale”.

Adesso questa possibilità c’è? Sembra di sì, viste le difficoltà del movimento e la distruzione di Gaza. Ancora una volta: se qualcuno si decidesse a parlare e contrattare veramente con Hamas, se qualcuno si decidesse veramente a “sporcarsi le mani” con i cattivi.

Paradossalmente, chi sembra stia ora veramente trattando con Hamas è proprio Israele: il caporale Shalit in cambio della fine del blocco economico a Gaza. Questo sì che è un esempio da manuale di diplomazia elettorale.

Anche l’Onu sembra parlare con Hamas, sebbene non ufficialmente. “Sul campo”, infatti, è impossibile organizzare la distribuzione di aiuti senza usare le risorse di Hamas. In realtà, più che parlare con Hamas in questi giorni l’Onu si è fortemente lamentata di essa: sembra che abbia rubato tonnellate di aiuti umanitari per ridistribuirli “in proprio”. Questa non è altro che la conferma lampante dell’assoluta necessità che Hamas ha di non cadere in secondo piano nella ricostruzione, per mantenere le promesse di “sostegno” al popolo di Gaza (e continuare così a riceverne il supporto).

In settimana Hamas ha anche ringraziato pubblicamente l’Iran: gli amici non si dimenticano mai. L’iran, dal canto suo, ha apprezzato, nemmeno tanto imbarazzato, e poi ha lanciato il suo primo satellite in orbita: su di esso mancava solo la scritta “welcome to the real world, Mr. Obama”.

Anche dalla Siria si sono avuti segnali importanti, questa volta positivi: Bashar al-Asad ha confermato la sua disponibilità al dialogo senza precondizioni con Israele.

Infine, questa è stata anche la settimana del forum economico mondiale di Davos, in Svizzera, e sebbene la sede non fosse affatto quella specifica per trattare i problemi tra arabi e israeliani, anche lì questo tema è saltato fuori sottoforma di una vivacissima discussione tra il presidente Israeliano Peres e il premier turco Erdogan. Quest’ultimo ha lasciato il vertice “sbattendo la porta”, e il suo ritorno in patria da eroe non fa che testimoniare il raffreddamento dell’amicizia tra le due nazioni e confermare il nuovo ruolo che la Turchia vuole giocare nello scenario mediorientale.

In conclusione, passata la sbornia elettorale di Obama, arrivano le elezioni in Israele (dopo quelle irachene e aspettando quelle Iraniane di giugno): di elezione in elezione si vanno a riempire le caselle del nuovo scacchiere mediorientale.

Da queste parti di sicuro non ci si annoia: prossimamente sugli schermi del conflitto israelo-arabo-palestinese una nuova appassionante (e drammatica) puntata. Stay tuned.

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