Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Analisi settimanale: la Scena Politica Israeliana

Posted by claudiacampli su 8 febbraio, 2009

Dritti a destra: Netanyahu e Lieberman in pole position

8 febbraio 2009

A pochi giorni dall’election day, come prevedibile, la tensione fra i partiti e i candidati premier comincia a salire e i loro toni a farsi più accesi.

La cifra di questa campagna elettorale può ben dirsi lo spostamento netto a destra del fulcro dell’asse politico-partitico del sistema israeliano, sia per la radicalizzazione ulteriore dei partiti già collocati a destra, sia per il lento ma progressivo slittamento a destra del partito centrista.

La campagna elettorale, invece di essere dominata dai temi economici -data l’attuale grave crisi in corso- è ruotata attorno al vertice della questione palestinese, sia durante i giorni dell’operazione militare Piombo Fuso (il cui carattere di “guerra elettorale” è ormai fuor di dubbio, così come è fuor di dubbio che essa sia stata inutile ai fini di riscatto elettorale dell’attuale governo) sia nei giorni successivi alla sua conclusione il 17-18 gennaio scorso (“Despite the global financial crisis, Israel’s politicians have largely ignored the economy on the campaign trail. This election is about how to deal with the Palestinians, The Sunday Times, 8 febbraio).

Le posizioni del Likud di Netanyahu al riguardo sono chiare ed estreme: nessuna disponibilità a cessioni territoriali, nessun ritiro da nessun insediamento (“We will not withdraw from one inch. Every inch we leave would go to Iran”). D’altronde anche Barak e Livni si sono dimostrati intransigenti sulla questione degli insediamenti, nonostante l’illegittimità conclamata e denunciata dal punto di vista del sempre più calpestato diritto internazionale. Il massimo che Netanyahu sembra disposto a concedere ai palestinesi è una “pace economica”, niente Stato, nemmeno a parlarne.

Nessuno nella stanza dei bottoni di Israele vuole ammettere che l’unica soluzione al conflitto consiste nella restituzione dei territori, almeno attenendosi al livello delle dichiarazioni pubbliche. Non possiamo che sperare che si tratti di mera retorica elettorale e che una volta al governo Netanyahu –o chiunque altro- non potrà esitare più di tanto e piegarsi ai necessari negoziati che gli Stati Uniti intendono accelerare.

Certamente non ci sarà gioco facile col nuovo governo americano.

Più aperta appare la Livni, favorevole della soluzione bi-statale per le due comunità, che pare abbia dichiarato la disponibilità a negoziare sullo status di Gerusalemme, ma cosa esattamente sia disposta a concedere non si è ben capito. Insieme a Barak ha dichiarato anche la possibilità di scambi di territori in Cisgiordania con aree densamente popolate da palestinesi.

Eppure nella storia del sessantenne conflitto mediorientale sono stati governi di destra (del Likud in coalizione con altri partiti) a mettere in atto ritiri dai territori palestinesi: Begin nel ‘79 dal Sinai, Netanyahu stesso nel ‘97-‘98 da Hebron e da alcune zone della Cisgiordania, Sharon nel 2005 da Gaza (anche se sappiamo poi con quali risultati).

La retorica del Likud non fa dunque che fomentare l’apprensione e l’ansia securitaria degli israeliani.

E che dire della preoccupante ascesa dell’ ”astro” estremista-razzista-guerrafondaio (ex buttafuori in un nightclub, accusato di frode e di riciclaggio di denaro, e chi più ne ha più ne metta), il muscoloso hard-liner Avidgor Lieberman, che minaccia l’uso del nucleare contro Gaza e si accanisce contro gli arabi-israeliani? I sondaggi quotano il suo partito, Yisrael Beitenu (Israel Our Home), al terzo posto (superando di misura il Labor, ai minimi storici), risultato che permetterebbe al caro Lieberman di ottenere una collocazione non di poco conto in un governo nettamente spostato a destra.

Aspra è la contrapposizione tra il leader ultranazionalista e anti-establishment e gli arabi-israeliani, ai quali richiede giuramento di fedeltà a Israele.

Verso chi si indirizzeranno le intenzioni di questo gruppo che rappresenta un quinto della popolazione israeliana? Sarà un voto largamente destinato ai partiti arabo-israeliani, riammessi alla competizione elettorale dopo una prima esclusione a dir poco discutibile, o sarà per lo più un voto che rimarrà muto nell’astensionismo? Il senso di delusione, frustrazione ed alienazione certo non è uno stimolo a recarsi alle urne per questi elettori, che, in un modo o nell’altro, sono destinati a rimanere emarginati nel grande gioco della rappresentanza democratica.

In Non-Jews in a Jewish State, un libro recentemente pubblicato (esclusivamente in ebraico), il primo rabbino capo aschenazita di Israele, Herzog afferma come “the country will be judged on how it treats its non-Jewish citizens…The most difficult thing concerning the democratic character of the state… is the question of minority rights.”. Herzog was concerned about the clash between modern democracy and Jewish law, in particular the rights of non-Jews living in the Land of Israel to practice their religion freely, buy land or hold public office, all of which is restricted under Halacha. Jerusalem Post, 26 gennaio, http://www.jpost.com/servlet/Satellite?cid=1232643745823&pagename=JPost%2FJPArticle%2FPrinter)

La sfida elettorale appare a questo punto sempre più una sfida tra personalità piuttosto che tra diversi pacchetti di politiche (“This is an election focused more on personality than politics”, BBC, 8 febbraio) e la stessa campagna è stata condotta dai vari contendenti “in negativo”, con l’evidente intenzione di danneggiare l’immagine dei propri rivali.

La più penalizzata pare essere proprio Tzipi Livni, accusata di inesperienza e mancanza di carisma. In più, il fatto di essere donna non sembra avvantaggiarla.

Il dato certo è che chiunque vincerà martedì dovrà impegnarsi da subito a raccogliere una coalizione di governo (“In Israel, winning an election is only half the battle. Whoever emerges as Prime Minister on Tuesday faces weeks of horse-trading to form a workable coalition under the proportional representation system”, Times, 7 febbraio).

Le aspettative più “rosee” potrebbe essere una coalizione di unità nazionale tra Likud e Kadima o Likud e Labor, la più preoccupante quella tra Likud e Yisrael Beitenu, ma si parla anche di una apertura di Kadima al partito di Lieberman. Staremo a vedere cosa uscirà fuori dal gioco elettorale.

Come spesso accade, potere di scelta agli indecisi, circa un terzo dei 5,2 milioni di elettori. “As the Israelis trudge once again to the polling stations on Tuesday to elect a new government for the fifth time in a decade, many of them may still be asking themselves whom they are going to vote for, and why. The fear among those competing for office is that many of the so-called floating voters, confused and disillusioned, will opt to stay home” (New York Times, 7 febbraio)

Dobbiamo attendere il 10 febbraio per trovare una risposta ai nostri quesiti sul futuro dei palestinesi a Gaza e in Cisgiordania.

Dobbiamo attendere il 10 febbraio per vedere definita la linea di politica estera statunitense al riguardo.

Quale direzione prenderà il negoziato per una tregua annuale o permanente con Hamas?

Le condizioni minime per i palestinesi sono la riapertura dei valichi per il passaggio di aiuti umanitari, personale e viveri, sufficienti per ripristinare una situazione “vivibile” a Gaza.

Per Israele la cessazione del lancio di razzi e il totale disarmo di Hamas.

Ma fino a quando si potrà non parlare sul serio di bloccare l’espansione degli insediamenti, effettuare un reale ritiro dai territori e creare le condizioni per una riunificazione di Gaza e Cisgiordania, possibilmente con un governo di unità nazionale tra Fatah e Hamas?

Intanto, per dove passeranno i 613 miliardi di dollari che il Segretario Generale dell’Onu Ban Ki-Moon ha stimato necessari per la ricostruzione di Gaza?

Già Hamas è stata fermata “con le mani nel sacco” dall’Onu e denunciata a riguardo, con tanto di stop agli aiuti.

Infine, dobbiamo aspettarci il coniglio fuori dal cappello con la senz’altro auspicata liberazione del caporale Shalit il giorno prima delle elezioni? Mossa più spudoratamente elettorale non si potrebbe…

Claudia Campli

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