Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Analisi settimanale: il Likud, l’estrema destra e i coloni.

Posted by alicemarziali su 9 febbraio, 2009

A ormai quasi ventiquattro ore dalle elezioni occuparsi del Likud e dei partiti di estrema destra significa riferirsi alle forze che insieme sembrano raccogliere i consensi del 66% del paese secondo gli ultimi sondaggi, senza dubbio un’ampia maggioranza. La situazione attuale è quella di una nazione in cui il dialogo politico interno è stato completamente ridotto all’afasia, a fronte di una netta svolta a destra, alla destra stessa di quei partiti che si sono già posizionati in questa parte dell’asse ideologico nella loro oscillazione politica, come Kadima, o che hanno cambiato il loro DNA politico in maniera abbastanza drastica, come il Labor. La guerra di Gaza ha completamente uniformato il discorso, militarizzandolo e radicalizzandolo ancor più di quello che già si percepiva alla vigilia dell’attacco.

Il conflitto, definito “guerra elettorale”, era sembrato in effetti capace di zittire Netanyahu e di rimettere in gioco le sorti di queste elezioni, il cui esito sembrava essere deciso nel periodo che aveva preceduto “piombo fuso”. Ed in effetti la prima fase del conflitto ha visto Kadima recuperare sul suo rivale diretto, rifarsi della disfatta di Olmert del 2006, e nel frattempo il Labor, in quanto il suo leader era uno dei coautori di un attacco che riscuoteva in quel periodo favore interno pari al 96%, sembrava uscire dalla crisi elettorale che attanagliava quello che era stato il partito-unico di governo israeliano fino al 1977. Dunque, lo scopo appariva essere raggiunto. La cosiddetta trojka, come la definisce Michele Giorgi nel Manifesto del 23 gennaio, sembrava uscirne vincente.  Ma, con il susseguirsi delle fasi successive della guerra e con il suo prolungamento, il riverbero del conflitto all’interno della politica israeliana ha cambiato completamente la situazione, soprattutto con il cessate il fuoco. La fine del conflitto esterno, almeno dal punto di vista militare, ha riaperto completamente il fronte elettorale interno, e il sentore del fallimento della guerra rispetto ai suoi obiettivi principali si diffondeva e con esso il malcontento riguardo alla sua gestione. Le critiche non sono legate alla coscienza degli israeliani che si sono rivoltati di fronte all’orrore commesso dal proprio esercito, ai crimini di guerra perpetrarti impunemente, ai massacri soprattutto di donne e bambini, al bombardamento di scuole ONU, alle colpe che hanno fatto per lo meno indignare l’opinione pubblica internazionale. Non sia mai. Si critica, anzi, il fatto che ci hanno impiegato tre settimane e troppo poco si è compiuto. Si doveva sradicare Hamas, si doveva mettere fine al lancio di razzi, impedire il contrabbando di armi, e non arrivare ad un cessate il fuoco che non ha né forza diplomatica né ha alle sue spalle una vittoria militare certa. E che diamine. In risposta a questa flaccidezza dei politici responsabili, si vota chi davvero mostra i muscoli. Se in ogni caso chi con le parole, chi con i fatti, macchiandosi della responsabilità di un massacro, ha mostrato di assumere i principi di una politica pericolosamente destroide, violenta e razzista, tanto vale dare la propria preferenza a quelli che tutto ciò lo inseriscono anche nel loro discorso e nel programma politico. Dunque, ecco colui che appare essere il vero vincitore della guerra elettorale: Avigdor Lieberman, capo del partito di estrema destra russofono Yisrael Beiteinu, fondato nel 1999 da questo figlio dell’aliya di origini moldave.

Il suo punto di forza politico è proprio il fatto che si pone contro gli arabi israeliani. Li considera il quinto pilastro, nemici interni che scandalosamente partecipano anche alla vita politica del paese. Propone di introdurre una legge sulla cittadinanza che impedisca agli arabi israeliani e ai loro partiti di presentarsi alle elezioni, se non previo giuramento di fedeltà allo stato d’Israele democratico. Naturalmente è a favore delle trasferte che dovrebbero espellere questo sottogruppo etnico che ormai costituisce il 20% circa dei 7 milioni di israeliani, ossia un milione e duecentomila individui. Dunque, il suo obiettivo massimo è quello di riportare la demografia israeliana ad un’assenza di eterogeneità interna che sia favorevole alla sopravvivenza dello stato ebraico in quanto tale. Infatti, sostiene che se gli arabi hanno “l’audacia” di rivendicare un diritto al ritorno, deve esistere anche un diritto all’espulsione (Le Monde, 4 febbraio). Quest’uomo, definito dalla bomba atomica facile –ha esternato d’altronde che bisogna combattere Hamas come gli USA hanno fatto con il Giappone durante la seconda guerra mondiale- si schiera contro il principio della terra contro la pace, salvo accettare trasferimenti di territorio e PERSONE per creare due stati etnicamente omogenei. Se, come è previsto dai sondaggi, questa diventerà la terza forza alla Knesset, dopo il Likud e Kadima, capace di ottenere anche 19 seggi su 120, sembra chiaro che un eventuale dibattito sul post-sionismo o solo la possibilità di una trasformazione di Israele in stato di tutti i suoi cittadini siano oggi più che mai pericolosamente lontani e opposti a quello che si sta consolidando come discorso dominante. Dunque, da qui e non solo da qui, si avverte il distacco sempre più netto di quella fetta di popolazione israeliana che non gode dei diritti di cittadinanza pieni, in quanto questi sono legati alla “ebraicità”, che non riesce più a crearsi uno spazio politico e inizia, con il diffondersi di questi discorsi folli, a vedersi eroso il proprio diritto alla cittadinanza, come dimostra la mancata ammissione di due partiti arabi alle legislative decisa alla quasi unanimità dalla Commissione Elettorale, in seguito annullata dalla Corte Suprema. Quel processo di separazione, paura, razzismo, trasformazione della cittadinanza in due tipi definitivi, di cui quella araba è chiaramente di serie B, sembra essersi innescato in maniera irreversibile dalla seconda Intifada e raggiungere ora i suoi livelli più alti.

E Lieberman diventa l’esempio di una tendenza che appare ancor più visibile e radicale quando il processo di “falchizzazione” riguarda tutto lo spettro politico in competizione, e colpisce anche e soprattutto un  partito laburista che nega qualsiasi spazio alla rappresentabilità del discorso di una sinistra maggioritaria che scampi a tale furore destroide. Dunque, almeno nei fatti, gli altri partiti non sono e non sono stati da meno (Haaretz, 25 gennaio, No moderates left) .

Naturalmente, a livello elettorale, in questo contesto di spostamento collettivo verso la right-wing più estrema alla propria, Yisrael Beiteinu non ha eroso i voti di Kadima, non essendo il suo partito contiguo a livello di elettorato, ma quelli del Likud, che, sì è rimasto alla testa dei sondaggi, ma con due seggi meno dell’acciaccata Kadima, incapace di governare da solo. Quindi, ora si apre il toto-alleanza. Molto si sta muovendo, dichiarando e tentando di captare da questo punto di vista.  Se le previsioni si avverano, il Likud ed il suo entourage di destra estrema sarebbero capaci di formare un governo che ottenga la maggioranza in Parlamento. Con il rischio, però, di diventare formalmente irricevibili, di isolarsi internazionalmente, e soprattutto che il Likud, la forza che sceglie la coalizione, divenga ostaggio dei ricatti dei piccoli partiti estremisti, soprattutto di Lieberman (che piccolo non è più, avendo doppiato i suoi seggi secondo i sondaggi), che avrebbero i seggi ed il peso, a questo punto, per fare la differenza. Con un Obama che dichiara di volere fortemente la pace israelo-palestinese, e di tentare un approccio “vigoroso” alla costituzione di due stati (Al Jazeera International, 8 febbraio), questa coalizione rischierebbe di crollare sotto il peso di tensioni interne ed esterne. Dunque, è immaginabile la formazione di un’alleanza più ampia. Kadima accusa il Likud di aver effettuato un accordo elettorale con Shas, con il quale questa era entrata in contrasto nel 2006 per l’assegnazione mancata del portafoglio all’educazione. Da quello che emerge dalle dichiarazioni, Shas otterrebbe l’ambito portafoglio in un governo dominato dal Likud, ma anche a Lieberman dovrebbe essere assegnato un importante ministero, si vocifera la difesa (ahimè) secondo Le Monde, 5 febbraio. Dunque in questo tipo di governo bisognerebbe ricomporre le tensioni tra i due partiti di origine russa, che sono in contrasto su molte politiche interne e soprattutto sociali, visto che Shas non transigerebbe neanche su un  argomento tipicamente ortodosso come i matrimoni civili, a cui è fortemente contraria. Inoltre, se sul Jerusalem Post del 4 febbraio Barak sembrava rifiutare decisamente di poter entrare in un governo con Yisrael Beiteinu, su Le Monde del 5 febbraio sembra che non lo escluda più. Dunque, tutto è aperto e possibile, come anche un’alleanza tra Kadima e Lieberman, secondo l’analisi di Barney Thompson del Times del 7 febbraio. D’altronde Lieberman ha già fatto parte di un governo centrista, e inoltre Kadima oggi tanto centrista non può più essere definita. C’è da ricordare, per di più, che bisogna ancora prendere in considerazione quei voti dell’elettorato indeciso, la zona grigia che in tanti paesi fa la differenza, e che costituisce in Israele una fetta che va dal 15 al 29%. I giochi non sono ancora fatti, i rapporti di forza finali si decideranno alle urne, ma la tendenza sembra già delineata. La campagna elettorale in questo clima così violento e militarizzato è stata dominata letteralmente dal tema della sicurezza, ed i partiti che hanno giocato questa carta sono stati quelli capaci di monopolizzare il loro discorso politico in tal senso, mostrandosi i veri garanti di essa, come quello di Lieberman. Dunque, ci troviamo di fronte ad una sindrome di Masada sproporzionata in un’Israele che esce da un attacco che ha fatto 1300 circa morti palestinesi contro i suoi 13, ma che continua a percepirsi come eccessivamente volubile e in pericolo. E chi meglio ha recepito questo discorso sono stati proprio i coloni, protagonisti indiscussi di questa campagna elettorale. Stanno vincendo coloro i quali promettono di non toccare gli insediamenti e di permetter loro di allargarsi secondo quel tasso di crescita naturale che si attesta a livelli mai visti in Israele. Mentre il discorso dei coloni si colora sempre di più di accenti nazisti, riferendosi al possibile genocidio degli arabi che non sono persone umane, (Al Ahrawi Weekly, 25 dicembre, Genocidal Settlers), ultima risorsa utilizzabile dopo aver esplorato la possibilità di una sorta di schiavitù, ventilata da Moshe Feiglin, e dei trasferimenti forzati, la colonizzazione aumenta in maniera esponenziale.

Nonostante sia in Oslo che in Annapolis che nella commissione Mitchell formata allo scoppio della 2^ Intifada nel 2001 la colonizzazione sia considerata uno dei principali ostacoli alla pace, il 30 gennaio Haaretz ha reso pubblico un rapporto della difesa, grazie alla collaborazione di associazioni per i diritti umani come Peace Now, che Barak aveva vietato di rendere pubblico per ragioni di sicurezza nazionale. Ebbene, da questo rapporto emerge che le colonie sorte in contrasto con il diritto internazionale sono aumentate passando da 270.000 nel 2007 a 285.000 nel 2008, che ¾ delle colonie in Cisgiordania è senza permesso e che dal 1967 il governo ha autorizzato 120 insediamenti. Un altro particolare inquietante è la presenza di un piano per iniziare a costruire nella zona E1,a nord est della Cisgiordania, progetto fortemente osteggiato dagli americani, perché significherebbe la fine di ogni possibilità di creare uno stato palestinese unico e viabile. In ogni caso, sembra che 40 milioni di euro siano già stati investiti per portare avanti questo progetto (Le Monde, 2 febbraio). Dunque, in una situazione di incoraggiamento alla colonizzazione della Cisgiordania in tutto e per tutto illegale, in cui il governo dà un massivo sostegno alle infrastrutture e all’educazione dei settlers (UAE 25 dicembre), ed in cui i partiti che sembrano affermarsi nelle elezioni ricercano il voto dei coloni sostenendo l’estensione degli insediamenti, la possibilità futura di un piano di pace, basato per di più sulla cessione della terra, appare oggi drammaticamente impensabile. Il Likud chiede ai coloni di non disperdere il loro voto dando la preferenza a partiti più piccoli, prende le distanze ancora una volta dal ritiro unilaterale da Gaza nel 2005 che ha aumentato l’insicurezza, con una striscia di Gaza interamente controllata dai palestinesi e la possibilità di tirare razzi agli indifesi villaggi israeliani vicini. Come prende ugualmente le distanze da Oslo, anche se Netanyahu stesso è stato costretto a portate avanti dei ritiri imposti dal processo dal 1996 al 1999, anni del suo governo post-Rabin. Naturalmente la stessa posizione, se è possibile in maniera anche più radicale, è espressa da Lieberman, anche se la mia opinione personale a riguardo è che paradossalmente l’espansione d’Israele aumenterebbe la commistione etnica che il capo dei Yisrael Beiteinu tanto aborre, a meno che non si effettui un utilizzo sistematico di trasferimenti e pogrom che risolverebbero dal suo punto di vista la situazione. Per ora, pur non nascondendo il suo sostegno ai trasferimenti, Lieberman, come già detto, non esclude neanche la possibilità di scambiare porzioni di territorio a nome della sua tanto agognata purezza etnica (questo mi sembra un déjà vu…).

In ogni caso, tanta preoccupazione per il lebensraum israeliano non sembra aprire spiragli ad un accordo che veda nascere due stati sovrani, tanto meno uno di tutti i suoi cittadini (come auspicherebbe Said, ma oggi sembra fantapolitica). Dunque, unica porta che in questo clima elettorale sembra potersi aprire, è quella della riapertura del dialogo siriano (BBC news, 8 febbraio). Il Golan non fa parte della Palestina storica, e per di più un accordo con la Siria potrebbe allontanarla dall’Iran. In ogni caso, per quanto riguarda la questione israelo-palestinese, Netanyahu continua ad avanzare la sua proposta di “pace economica”, che dopo l’attacco a Gaza sembra sempre di più una beffa (Haaretz, 25 gennaio), e una sorta di self-governing palestinese senza sovranità in centri di popolamento non contigui. (Al Jazeera International, 7 febbraio), quello che di più lontano si possa concepire da qualsiasi processo di pace che sia degno di essere così chiamato.

Nel frattempo, se tutta questa eccessiva monopolizzazione del discorso sulla sicurezza mina i presupposti per un’evoluzione esterna dell’environment israeliano, neanche sul piano interno sembrano profilarsi risvolti positivi. A parte la standardizzazione del discorso politico in senso machista e razzista, si nota anche una completa marginalizzazione della questione economica nella campagna elettorale, in un contesto di recessione in cui un quarto delle famiglie israeliane vive sotto la soglia di povertà. A parte un debole dibattito sulla efficacia o no della ricetta neo-liberista classica proposta da Netanyahu, a fronte di una presenza maggiore dello stato auspicata da Barak, che almeno in questo continua a cercare di portare avanti un pallido discorso laburista, l’economia è stata eclissata (Le Monde, 8 febbraio) per lasciar spazio alla famigerata sicurezza.

Dunque, la situazione alla vigilia delle elezioni non si prospetta la migliore. Nell’ubriacatura pre e soprattutto post bellica nettamente a favore di uno spostamento a destra quasi epocale, garante dell’esclusione dal gioco politico reale di tutti i partiti che non si siano sottoposti a questo ricatto securitario e militarista, lo spazio per un vero dialogo sembra ridotto ai minimi termini. Ci si trova di fronte ad una crisi elettorale che sembra accompagnare quella politica già presente da tempo, con un’ampia fetta dell’elettorato che continua a non sentirsi rappresentata, soprattutto quello arabo e di sinistra, e con un’astensione che presumibilmente raggiungerà cifre vicine ai minimi storici. Quindi staremo a vedere domani quali sorprese le urne ci riserveranno, e poi quanto e se la politica di governo si allontanerà rispetto alla propaganda elettorale, come Netanyahu ci ha insegnato accadere soprattutto per i governi di destra.

Ma lo stato di eccezione di un paese perennemente in guerra in questa campagna elettorale ha vinto ancora all’interno del discorso politico predominante, con una deriva pericolosa che non sembra lasciare spazio né a evoluzioni positive nella regione, né in seno alla società israeliana stessa, lacerata da contraddizioni etniche, sociali, civili sempre più penetranti, che nessuno tenta di risolvere pienamente. La paura, d’altronde, è sempre stata la migliore alleata della politica, e Israele lo dimostra bene, mentre il Likud e i partiti di estrema destra (ma, ripeto, non solo questi) sono quelli che hanno capitalizzato appieno tale lezione.

 

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