Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Livni o Netanyahu? Oggi Israele sceglie

Posted by Folco Zaffalon su 10 febbraio, 2009

i Michele Giorgio – GERUSALEMME
MEDIO ORIENTE

La leader di Kadima vuole per i palestinesi il «suo» Stato, il capo del Likud «incentivi economici». Ma Lieberman…
Al termine di una campagna elettorale «parallela» all’offensiva militare lanciata da Israele a Gaza, e diventata realmente politica solo nelle ultime due settimane, oggi il Likud (destra) di Benyanim Netanyanu e Kadima (centro) di Tzipi Livni si sottoporranno al giudizio di 5,3 milioni di elettori israeliani che questa notte sapranno quale dei loro partiti avrà conquistato la maggioranza relativa dei voti. Le urne si aprono stamani alle 7 (le 6 in Italia) e chiuderanno alle 22 (le 21), l’affluenza si prevede in calo rispetto al 63% delle elezioni del 2006. Il primo exit poll verrà reso noto pochi minuti dopo la chiusura dei seggi elettorali. La prossima settimana il capo dello stato, Shimon Peres, avvierà le consultazioni con i partiti per affidare l’incarico di formare il governo. Il premier designato avrà 28 giorni di tempo per dare vita alla sua coalizione e presentarla alla Knesset.
A chi andrà l’incarico? Una domanda alla quale qualche settimana fa sarebbe stato molto facile rispondere visto che Netanyahu era dato largamente in vantaggio da tutti i sondaggi. Poi la guerra a Gaza tanto invocata dalla Livni (con il consenso di oltre il 90% degli israeliani) ma anche la fuga di consensi dal Likud verso il partito razzista Yisrael Beitenu di Avigdor Lieberman – che più diventa aggressivo verso palestinesi e arabo israeliani e più conquista sostenitori – hanno accorciato il vantaggio di Netanyahu che, stando ai sondaggi, arriva al voto di oggi con appena un paio di seggi in più della Livni.
Entrambi hanno puntato la parte finale della campagna elettorale sul «voto utile» ma a trarne beneficio è stata solo la candidata-premier di Kadima che ha sottratto voti a laburisti e Meretz. La Livni è apparsa più attiva rispetto al rivale del Likud. Ha fatto il giro di ristoranti e bar di Gerusalemme e Tel Aviv, è entrata nella discoteca «Haoman», tempio del divertimento, per farsi conoscere dai giovani, ha girato Israele in lungo e in largo senza sosta e alla fine è riuscita a giocarsi, in un testa a testa, la vittoria elettorale. Il suo recupero è stato agevolato anche dal suo proporsi all’elettorato femminile non solo come aspirante primo ministro ma anche come donna e madre ai vertici della politica.
Cinquant’anni, due figli e orgogliosa del suo passato di agente del Mossad, la Livni è entrata in politica solo dieci anni fa, ma ha fatto carriera velocemente grazie alla vicinanza all’ex premier Ariel Sharon. Ministro degli esteri nel 2005, riconfermata nel 2006, gode di grande stima in Europa e Stati Uniti pur avendo concluso ben poco al tavolo delle trattative con i palestinesi ed appoggiato due guerre distruttive: Libano del sud e Gaza. Abbandonata la linea della «Grande Israele» che aveva abbracciato per anni, la Livni di recente ha svolto il ruolo di ideologa dell’esecutivo, diventando una paladina dell’indipendenza palestinese, ovviamente alle sue condizioni. Agli elettori ha proposto un programma che coniuga «massima sicurezza» per Israele e negoziato con i palestinesi. Ha spiegato che la «soluzione» sta nel creare due entità ben separate, per gli ebrei da un lato e i palestinesi dall’altro, precisando che nell’ipotetico Stato di Palestina, andranno anche i profughi palestinesi della guerra del 1948, ai quali in nessuno caso verrà consentito il ritorno ai loro villaggi di origine, oggi in territorio israeliano.
Un paio di mesi fa la Livni ha «suggerito» agli arabo israeliani (i palestinesi con cittadinanza israeliana, 20% della popolazione) di realizzare la loro aspirazione nazionale nello Stato di Palestina, quindi fuori da Israele destinato a rimanere di nome e di fatto uno Stato «ebraico».
Un programma semplice ma estremamente chiaro – sulla questione «interna» è solo meno brutale di quello di Lieberman (con il quale la Livni ha detto di poter trovare un accordo di governo) – che a non pochi israeliani deve essere apparso più concreto di quello vago di Netanyahu che ai palestinesi non offre indipendenza ma «miglioramenti economici» non meglio precisati e una autonomia territoriale limitata sotto il rigido controllo di sicurezza di Israele. Il suo modello per i palestinesi è Portorico. Alla Livni, il leader del Likud rimprovera di aver «sottovalutato» la questione del programma nucleare iraniano che considera «la minaccia più grave per Israele dal 1948» e lascia intendere che potrebbe ordinare un attacco militare contro le centrali di Teheran. Per Gaza si dice pronto a scatenare una nuova guerra volta «ad abbattere Hamas».
Uscire sconfitta, anche solo per un paio di seggi, dal confronto elettorale, potrebbe significare per la Livni un brusco ridimensionamento politico. Netanyahu vuole una coalizione di destra allargata ad altri partiti, in particolare ai laburisti, e ha fatto capire che è disposto a confermare al ministero della difesa il laburista Ehud Barak. E se teniamo conto che ha promesso gli esteri al suo compagno di partito Silvan Shalom, alla leader di Kadima offrirà solo un ministero secondario, lontano dalla stanza dei bottoni. Netanyahu e Barak puntano entrambi alla «disintegrazione» di Kadima e, tenendo Livni all’opposizione o relegandola ad un incarico modesto, sono convinti di poter ottenere questo risultato.
Le prospettive per la leader di Kadima si fanno più nere se si considera che, di fatto, sarà Lieberman a stabilire, durante le consultazioni con il capo dello stato, se il prossimo esecutivo verrà guidato da Netanyahu o Livni, in caso di «pareggio» elettorale. A lui vanno bene entrambi, sceglierà chi gli offrirà più potere.

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