Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Analisi settimanale: la Scena Politica Israeliana

Posted by claudiacampli su 14 febbraio, 2009

Via al toto-coalizione

13 febbraio 2009

Stalemate, impasse, deadlock, paralysis…sono queste le parole che ricorrono nei titoli della stampa israeliana e internazionale all’indomani del voto del 10 febbraio in Israele, che ha eletto la diciottesima Knesset del giovane Stato mediorientale. L’esito uscito fuori dalle urne infatti proietta nella totale incertezza e indeterminatezza la scena politica israeliana e di conseguenza lascia completamente aperti i giochi per la formazione della coalizione del futuro governo. Anche se bisogna attendere fino al prossimo mercoledì 18 per la pubblicazione e proclamazione ufficiale dei risultati elettorali.

Alla fine la scelta degli indecisi- numerosissimi si dichiaravano tali prima del voto, circa il 20% degli elettori- ha prodotto una “scomoda” sorpresa.

Due sono i vincitori autoproclamatisi immediatamente dopo il voto (che vi dice molto della succitata incertezza e indeterminatezza): la signora Tzipi Believni, e Bibi Netanyahu. Ma se per la prima si parla già di vittoria di una battaglia e non della guerra, per il secondo si teme che davvero l’esito elettorale possa effettivamente condurlo a capo del governo. In verità nessuno dei due “ha vinto”.

Il vero vincitore del voto di martedì scorso sembra essere in realtà l’ “astro” ultra-nazionalista e anti-arabo Avidgor Lieberman, la cui biografia e attività politica sta facendo “divertire” la stampa di mezzo mondo. A nessun piace ma tutti lo vogliono dopo il risultato conquistato col voto di martedì: Yisrael Beitenu, tenendo fede alle aspettative e alle proiezione pre-elettorali, è infatti riuscito a collocarsi come terza forza del sistema politico israeliano e ad accaparrarsi quel ruolo di kingmaker che tanti scongiuravano e temevano, declassando al mero e “insignificante” quarto posto la forza partitica storica israeliana, il Labor Party di Ehud Barak.

Ora Yisrael Beitenu è il più corteggiato dei partiti, partner indispensabile di qualsiasi coalizione di governo: Kadima lo vuole, il Likud pure, così come lo Shas, che solo pochi giorni prima del voto proclamava di volersi tenere ben lontano dal “Satana Lieberman”, contestato e detestato.

Il dato che dunque emerge palesemente e prepotentemente dall’ “espressione della volontà popolare”, è quella preoccupante virata a destra, anche estrema, del sistema politico-partitico israeliano di cui abbiamo parlato più volte nelle pagine di questo blog. E la vittoria di Lieberman ne è il manifesto più evidente.

Lieberman, ribattezzato il “Le Pen del Medio Oriente”, è riuscito a catturare i voti alla destra del Likud con la sua retorica infiammata e xenofoba, raccogliendo il consenso e l’appoggio soprattutto degli immigrati russi, dei coloni degli insediamenti e dei giovani.

Il Likud è riuscito a recuperare un numero considerevole di seggi rispetto alle precedenti elezioni del 2006 (quando aveva ottenuto solo 12 seggi, posizionandosi ai minimi storici); ciononostante ha perso molti potenziali sostenitori a favore non solo di Israel Our Home ma anche di Kadima.

Infatti nonostante i sondaggi pre-elettorali presentassero un ampio distacco tra i due maggiori partiti, dando Netanyahu nettamente vincitore sulla Livni anche dopo la conclusione dell’intervento armato a Gaza, il Ministro degli Esteri è invece, forse inaspettatamente, riuscita a raccogliere proprio il voto di coloro che temevano una drastica vittoria della destra.

La vocazione centrista di Kadima ha di fatto mantenuto la presa sull’elettorato, anche attirando il voto di delusione di molti sostenitori del Labor, e della sinistra in generale.

Il Labor, partito storico in Israele, ha conosciuto infatti in questa campagna elettorale, di cui il voto di martedì rappresenta solo l’apice, la propria caduta a precipizio. Il senso di disaffezione e delusione popolare nei confronti del partito di Barak lo ha penalizzato e punito alla prova elettorale. La “guerra elettorale” contro Gaza non è riuscita a risollevarne le sorti ma ha anzi, forse, contribuito ad affossare il partito, che molto probabilmente deciderà di non partecipare alla coalizione di governo (se mai qualcuno dovesse chiederglielo), preferendo rimanere all’opposizione, politicamente più conveniente ed allettante al momento.

Barak non è più evidentemente percepito come candidato affidabile e credibile in una campagna elettorale come quella appena conclusasi, in cui le differenze tra i partiti in termini di pacchetti di politiche proposte erano minime se non inesistenti appena si andava un po’ oltre il livello-cortina della propaganda. In una campagna elettorale di siffatto genere, in cui la vera differenza era giocata sulla personalità (elemento, questo, sempre più ricorrente e determinante nei processi elettorali delle moderne e consolidate democrazie) la figura di Barak è apparsa di fatto troppo compromessa dalle politiche sostenute e dagli errori compiuti in passato.

Lo stesso Netanyahu ha in un certo modo “pagato” la propria deludente esperienza precedente come premier non riuscendo a conquistare la maggioranza relativa dei seggi.

Alla fine, l’ha spuntata, anche se di un solo seggio, la candidata “nuova”, seppure giudicata meno esperta e meno carismatica, meno trascinatrice, populista e forse meno compromessa di tanti altri.

Più in generale in queste elezioni si può parlare anche di una crisi profonda dell’intera sinistra israeliana, insieme ad un allarmante ammutimento-silenzio della voce pacifista nell’intera società civile.

Il flop del movimento-partito degli intellettuali Meretz ne è un indice: dai 5 seggi del 2006 il partito è sceso a soli 3 seggi, evidentemente danneggiato dall’iniziale appoggio giustificazionista dato all’intervento militare a Gaza.

Cosa può spiegare questa marcata svolta a destra e questa atrofia paralizzante e annichilente della sinistra?

Senz’altro il conflitto a Gaza (e ancor di più le tensioni dei mesi precedenti con Hamas) ha giocato la sua parte nell’accendere i toni della campagna e nello spingere l’opinione pubblica e la società israeliana in generale nel baratro della sindrome securitaria da accerchiamento, che premia quei leader intransigenti, pronti ad adoperare il pugno duro contro il pericoloso nemico. Ne esce fuori una propaganda politica di contrapposizione, di antagonismo, di guerra.

Ma non è solo l’esito (o il non esito) dell’Operazione Cast Lead che ha contribuito alla determinazione di questo clima politico così estremista.

Le pressioni verso una tale radicalizzazione delle politica israeliana giungono da lontano (nel tempo) e da tante forze diverse: il fallimento dell’intervento contro Hezbollah in Libano nel 2006 (altro punto critico del governo Kadima di Olmert e Livni), l’impasse nei negoziati con Abu Mazen, le relazioni critiche con l’Iran, le difficoltà con Hamas che hanno condotto al recente conflitto.

Naturalmente ne è una prova il ruolo di monopolio che nella campagna elettorale è stato rivestito dal conflitto con Hamas.

Israele, Garrison-State per antonomasia, continuamente in guerra, circondato da nemici minacciosi ed aggressivi, irragionevoli e inaffidabili, non può dunque far altro che scivolare in direzione di una progressiva militarizzazione anche del discorso pubblico-politico, che inevitabilmente si riflette nel meccanismo di rappresentanza popolare?

Rebus sic stantibus, diamo il via al toto-coalizione.

La prossima settimana il Presidente Peres dovrà dare inizio alle consultazioni coi leader dei 12 partiti eletti alla Knesset e certo non avrà gioco facile. Sei sono le settimane di tempo (massimo) per giungere alla presentazione definitiva del governo.

Qualcuno ipotizza un incarico direttamente attribuito a Netanyahu, nonostante non rappresenti il partito di maggioranza relativo in Parlamento, ma di fatto l’unico che sembra essere a disposizione di una coalizione in qualche modo omogenea, insieme a tutte le altre forze di destra: Yisrael Beitenu, Shas, United Torah Judaism e National Union, arrivando a sommare i 65 seggi necessari e sufficienti per la formazione del governo.

Ma molti evidenziano l’improponibilità a livello internazionale di una tale coalizione, soprattutto per le inevitabili frizioni che si verrebbero a determinare con l’Amministrazione statunitense, la quale senz’altro si troverebbe di fronte alla necessità di esercitare pressioni consistenti e fastidiose per ottenere passi in avanti in un qualsivoglia negoziato con Hamas, Siria e Iran.

L’ipotesi di una coalizione di unità nazionale che ingloberebbe Kadima, Likud e Yisrael Beitenu non sembra d’altro canto “più proponibile” a livello di equilibrio interno tra i due leader “vincitori”, Livni e Netanyahu: le alternative prevedono l’alternarsi di una leadership biennale o la “spartizione delle spoglie” tra un Netanyahu Primo Ministro e una Livni di nuovo Ministro degli Esteri, con Lieberman alle Finanze.

Stessi problemi in una eventuale coalizione “del grande centro” con Likud, Kadima e Labor.

Che dire? La scena politica israeliana assomiglia ad un bel pasticcio all’italiana?

Intanto c’è già chi pensa al ricorso ad eventuali nuove elezioni nel caso in cui il processo di formazione della coalizione di governo, così problematica dato l’attuale strambo (dis-)equilibrio di forze partitiche, dovesse andare ad incagliarsi in una insostenibile impasse per il sistema.

Ricordiamoci che le elezioni del 10 febbraio giungono già dopo una lunga crisi del governo Olmert e dopo il fallimentare e frustrante tentativo della Livni di ricomporre una coalizione di governo senza ricorrere al voto anticipato, ricorso resosi poi necessario dato il “gran rifiuto” dello Shas.

La società israeliana sicuramente presenta profonde e laceranti spaccature che impediscono una sana dialettica politica e partitica, e che si riflettono in un panorama elettorale così frammentato che rischia di diventare ingovernabile, paralizzato e a rischio di implosione.

Il buon senso comune richiederebbe innanzitutto lo stemperamento dei toni raggiunti durante la campagna elettorale e una riconduzione delle relazioni tra i partiti dal contesto attuale di litigiosità e divisione critica a un livello di maggiore disponibilità al dialogo e al compromesso, a quel sano bargaining che non può mancare in nessuna democrazia, soprattutto di fronte alle tante sfide che la società israeliana si trova a fronteggiare in questo momento: la crisi economica (e sociale), la crisi di sicurezza (perenne) nelle proprie relazioni inter-nazionali con gli scomodi vicini, la crisi politica esplosiva del proprio sistema, che rappresentano le tante priorità dell’agenda del nascente governo.

In primis in questa sede non possiamo che sottolineare la necessità di aprire un costruttivo e multi-partisan dibattito per una riforma istituzionale ed elettorale, che eviti o scongiuri il ripetersi di queste invece ricorrenti situazioni di scomposizione non facilmente ricomponibile della rappresentanza politica israeliana. Certo, noi italiani non possiamo proprio dare lezioni al riguardo…

Tante dunque le questioni da discutere e i problemi da risolvere. E che fine farà il nostro “caro” processo di pace israelo-palestinese?

Buon lavoro al futuro governo israeliano!

Claudia Campli

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