Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Hillary in missione ad Ankara dopo la crisi fra Turchia e Israele

Posted by claudiacampli su 2 marzo, 2009

Il Sole 24  Ore

di Giorgio S. Frankel

Il segretario di Stato Usa Hillary Clinton è atteso ad Ankara per il fine settimana, e la sua visita chiuderà forse un periodo di rapporti tiepidi, se non freddi, tra Stati Uniti e Turchia. Già pochi giorni fa, il rappresentante speciale degli Stati Uniti nel Medio Oriente, George Mitchell, ha sottolineato, ad Ankara, il «ruolo speciale» che la Turchia può svolgere in una politica di pacificazione della regione dopo la guerra a Gaza.

Proprio questa guerra ha provocato una grave crisi tra Israele e Turchia, in gran parte alimentata da Israele, e occasionata dalle dure parole usate dal premier turco Recep Tayyip Erdogan per condannare (e, a Davos, in modo anche spettacolare) le devastanti azioni militari israeliane contro i palestinesi. Lo scorso 1° febbraio, il quotidiano israeliano “Jerusalem Post”, citando un «alto funzionario» degli Esteri (dunque, presumibilmente, il ministro stesso, signora Tzipi Livni), disse che, «finchè [Erdogan] è Primo ministro, non c’è posto per la Turchia ai negoziati o ai colloqui di pace, [perché essa] non è più un partner diplomatico degno di fiducia».

Nel frattempo, c’è stata un’intensa campagna di propaganda anti-turca, mentre le elezioni del 10 febbraio hanno registrato un ulteriore spostamento a destra di Israele, col che ci si potrebbe aspettare maggiori antipatie, in futuro, verso il governo di Erdogan, di cultura islamica. Il politologo israeliano Barry Rubin ha pesantemente accusato la Turchia di aver compiuto «una svolta estremista [verso] un’evidente partnership con forze radicali», quali l’Iran, il Sudan e Hamas.
In queste poche settimane, però, la Turchia, che dal 1° gennaio e fino a tutto il 2010 è membro non permanente del Consiglio di Sicurezza dell’Onu, ha dimostrato di avere acquisito una solida posizione internazionale e di godere di grande prestigio in molti paesi arabi. Ankara ha già detto che Hamas è un interlocutore indispensabile se si vuole avviare un processo di pace, laddove Israele vorrebbe annientare Hamas, e comunque chiede il suo isolamento internazionale.

Erdogan appoggia il «piano Abdallah»
La Turchia sostiene anche il «piano di pace» approvato dalla Lega Araba nel 2002 e di nuovo nel 2007, noto anche come «iniziativa araba di pace» o come «piano Abdallah», dal nome dell’attuale sovrano saudita, che lo propose nel 2002, quand’era Principe ereditario, con un’intervista al “New York Times”. Il piano offre a Israele una pace definitiva e una piena normalizzazione dei rapporti arabo-israeliani, e chiede in cambio il totale ritiro di Israele dai territori occupati con la guerra del 1967 (Cisgiordania, Gaza e Golan), la creazione di uno stato palestinese in Cisgiordania e a Gaza, ed una soluzione giusta e negoziata del problema dei profughi palestinesi. Il piano è citato nel preambolo del testo della «Road Map» (il programma negoziale avviato nel 2003 e subito naufragato) come uno dei fondamenti del processo di pace.

Israele l’ha dapprima respinto, e poi, a partire dal 2006/2007, ha ostentatamente ignorato i tentativi arabi di rilanciarlo. Tuttavia, subito dopo le presidenziali americane, il presidente israeliano Shimon Peres disse che Israele doveva assumere al riguardo un atteggiamento più disponibile, tanto più che, a suo dire, Barack Obama vedeva favorevolmente il piano arabo. Per il vero, Obama non si è ancora pronunciato in merito.

Nondimeno, gli israeliani devono tener conto che il premier turco Erdogan è a favore del piano, e soprattutto che gli americani sembrano voler spingere la Turchia a svolgere un ruolo ancor più attivo nella politica mediorientale. Intanto, il presidente turco Abdullah Gul ha annunciato un suo prossimo viaggio a Gerusalemme. Tra Israele e Turchia vi sono notevoli legami economici, militari e geo-politici (in particolare per quanto attiene il petrolio), a loro volta molto importanti (dal punto di vista «occidentale») per la sicurezza strategica di quello scacchiere, e quindi è pressoché certa una riconciliazione.

Propaganda israeliana anti-turca
Tuttavia, l’ampiezza e la virulenza della breve campagna propagandistica contro la Turchia, condotta da Israele e soprattutto da enti e commentatori filo-israeliani negli Stati Uniti, è stata davvero spropositata, se era solo una reazione alle critiche di Erdogan per Gaza. Erdogan, tra l’altro, è stato indirettamente accusato, in un documento sottoscritto da cinque grandi organizzazioni ebraiche americane, di essere il principale responsabile di quella che i firmatari hanno definito «un’ondata di manifestazioni antisemite in Turchia».

L’accusa di «antisemitismo», ripetuta e amplificata da molte fonti, poteva essere politicamente letale per il governo turco, soprattutto negli Stati Uniti, ove già da alcuni anni i «neocon» conducono contro la Turchia una dura campagna politico-ideologica il cui tema di fondo è che, con Erdogan al governo, la Turchia si allontana dal «mondo occidentale» per allinearsi coi governi islamici estremisti. Inoltre, in queste settimane, fonti israeliane hanno sostenuto che le critiche turche alla guerra israeliana contro Gaza possono compromettere la candidatura della Turchia all’ingresso nell’Unione europea.

In questo contesto, l’atteso, imminente, netto miglioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Turchia è davvero molto importante. Per prima cosa, esso conferma che la Turchia ha notevolmente consolidato la propria posizione internazionale, grazie, in gran parte, al suo crescente ruolo strategico per gli approvvigionamenti europei di petrolio e gas naturale dalla regione del Caspio, per esempio col progetto Nabucco, nel quale la Turchia vuole coinvolgere anche l’Iran. L’oleodotto da Baku (Azerbaigian), a Ceyhan, nel golfo di Iskenderun (Alessandretta) in Turchia, ha un’importanza strategica primaria per le potenze occidentali, e stabilisce un’effettiva saldatura tra lo scacchiere del Caspio e quello del Medio Oriente.

Turchia potenza regionale
La Turchia interessa anche alla Russia come possibile via di transito (in alternativa all’Ucraina) di idrocarburi destinati all’Europa. Dopo la guerra tra Russia e Georgia (agosto 2008) la Turchia si è sforzata, con successo, di condurre una politica estera maggiormente autonoma, mentre i rapporti con gli Stati Uniti erano freddi e il «dialogo» con l’Unione europea a dir poco deludente, forse umiliante. La Turchia ha avviato una politica di distensione con l’Armenia, proponendosi anche come mediatore tra la stessa Armenia e l’Azerbaigian, e ha stabilito ottimi rapporti con quasi tutti i paesi mediorientali, compresi l’Iran e la Siria. Il presidente iraniano Mahmoud Ahmadinejad ha compiuto, nel 2008, una «visita di lavoro» a Istanbul, e tra i due Paesi vi è un grande potenziale di cooperazione energetica.

La Turchia si è anche prestata ad ospitare e assistere i recenti negoziati indiretti tra Siria e Israele. In questo breve periodo d’inizio 2009, il presidente Gul ha compiuto importanti visite in Kenya e Tanzania (proponendo la Turchia come «voce dell’Africa» al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite), a Riyadh, e soprattutto a Mosca (la Russia è il principale partner commerciale della Turchia, e soprattutto il suo principale fornitore di petrolio e gas), mentre Erdogan è stato nel Qatar, e soprattutto è diventato un «eroe» delle masse arabe.

Inoltre, il fatto che gli Stati Uniti incoraggino la Turchia ad un ruolo «cruciale» nel Medio Oriente va visto sulla sfondo di possibili, prossimi grandi cambiamenti sulla scena regionale. Uno di questi è l’atteso inizio del «dialogo» tra Stati Uniti e Iran, un evento che potrebbe essere di portata storica. Un altro cambiamento potrebbe riguardare un possibile indebolimento, dopo la guerra contro Gaza, della posizione di Israele a Washington. Già il miglioramento dei rapporti tra Stati Uniti e Turchia è un possibile insuccesso degli attacchi polemici alla Turchia condotti da varie forze israeliane e altri gruppi americani, che probabilmente miravano a delegittimare del tutto il governo di Erdogan. In questi giorni, poi, Hillary Clinton ha duramente criticato gli ostacoli israeliani agli interventi umanitari a Gaza, attirandosi immediati attacchi, negli Stati Uniti, da parte di gruppi filo-israeliani.

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