Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Intervista di Repubblica con Bashar al-Assad

Posted by claudiacampli su 18 marzo, 2009

di NICOLA LOMBARDOZZI e ALIX VAN BUREN

DAMASCO – “Oggi l’America è un gigante militare, ma immensamente fragile sotto il profilo politico. Obama dovrà restaurare la credibilità degli Stati Uniti. I primi passi sono incoraggianti”.

“Col disimpegno dall’Iraq, la volontà di pace, la chiusura di Guantanamo, lui si rivela un uomo di parola. Se questa però sia una svolta storica, è presto per dirlo. Una certezza c’è: dopo la notte dell’Amministrazione Bush, adesso si torna a sperare. Del resto con Israele siamo stati a un soffio da un accordo, e con l’Iran io sono pronto a mediare”.

Il presidente Bashar al-Assad ci riceve alle prime luci del mattino nello studio privato sul monte Qassiun. La riammissione di Damasco al salotto buono della società geopolitica è fresca, dall’arrivo il 7 marzo dei delegati di Obama per ricucire il dialogo interrotto da quattro anni di sanzioni americane. E Assad è tutto intento, così pare, a riannodare i fili della diplomazia internazionale. L’isolamento della Siria è virtualmente finito. Vecchi concetti e etichette – Asse del Male, Stati canaglia – sembrano di colpo superati.

Così viene naturale domandargli: cosa serve, signor presidente, per far decollare un’intesa fra America e Siria? Per riportarla ai primi Anni Novanta, quando Hafez al-Assad e Bush padre erano riusciti a creare una fiducia reciproca con la promessa, mantenuta nel ’91, della Conferenza di pace di Madrid?

“Intanto premetto questo: i Paesi agiscono secondo i propri interessi nazionali. Se poi vogliamo fare un calcolo degli interessi americani e siriani, beh arrivo a dire che per l’80 per cento coincidono, e mi lascio un margine del 20 per sicurezza”.

Così ottimista?

 “Perché no? Siamo realisti: se prendiamo gli slogan di Bush, che parlava, però senza crederci, di stabilità in Iraq, di lotta al terrorismo e all’estremismo, di un Libano forte e indipendente, di una pace complessiva nella regione, ebbene noi vogliamo lo stesso. Su questi dossier possiamo collaborare: noi siamo una potenza regionale, e loro globale”.

Ci offre qualche esempio?

“Esempi? Ecco il primo: l’Iraq. Col disimpegno americano, s’è risolto il nodo centrale della nostra divergenza con Washington, e cioè l’occupazione di quel Paese. Perché di questo si trattava, al di là di risoluzioni e appoggi. Possiamo lavorare insieme per la stabilità dell’Iraq, senza la quale il disimpegno non riuscirà”.

Allora, come garantirne la riuscita?

 “Avviando un processo politico, con l’obiettivo finale di una riconciliazione nazionale. Soprattutto, scongiurando la frammentazione del Paese, o si produrrà un effetto domino nell’intera regione, dall’Atlantico al Pacifico”.

Ma l’Occidente s’aspetta da lei un passo importante nei confronti dell’Iran. Lei lo farà?

“Se parliamo d’influenza iraniana in Iraq, bisogna fare una distinzione: l’influenza non è negativa se fondata sul rispetto reciproco. Altro è l’interferenza. Se invece parliamo di agevolare il dialogo con Teheran, serve una proposta concreta da girare a quel governo. Finora m’è arrivato soltanto l’invito a ricoprire un ruolo. D’accordo, ma non basta: mancano un piano, regole e meccanismi specifici da sottoporre a Teheran”.

E Teheran? secondo lei, accetterà?

“Soltanto il dialogo può sanare le dispute. Ogni tentativo di contenere un Paese finisce per rafforzarlo. L’Iran è un Paese importante, piaccia o no. La via maestra è collaborare: guardate la Francia, che l’ha imboccata con successo, anche con altre parti regionali”.

Come Hezbollah e Hamas? Lei interverrà anche con loro?

“Ma sì, siamo già impegnati nella riconciliazione interpalestinese. Ora ci preme la tregua con Israele, di cui è parte la fine dell’embargo alla Striscia di Gaza perché da lì scaturiscono tutti i problemi, compreso il conflitto. Si può forse far morire lentamente un popolo senza aspettarsi reazioni? Pacificare Gaza è determinante per il risultato finale”.

E l’Hezbollah?

“Vale lo stesso: chi pretende un ruolo, deve dialogare. Servono pragmatismo, realismo. E non importa se l’Occidente li bolla come terroristi o come ‘uno Stato nello Stato’: hanno un peso nella regione. Ma già si vedono importanti aperture: la Gran Bretagna lancia segnali a Hezbollah, e le delegazioni in visita ad Hamas ora vengono apertamente, non più in segreto”.

Lei vede una ripresa del negoziato con Israele?

“In linea di principio dovrei dirvi di sì, infatti noi siriani non scommettiamo sul tipo di governo in Israele. I termini di riferimento della pace sono chiari a tutti: la Conferenza di Madrid, le risoluzioni Onu a partire dalla 242, la formula della “terra in cambio della pace”, cioè la piena restituzione alla Siria delle Alture del Golan. Basta volerli applicare, noi siamo pronti. Però….”

Però, signor presidente?

“Vedo allontanarsi il traguardo. Non sono preoccupato al pensiero di Netanyahu, ma della svolta a destra della società israeliana, che l’ascesa di Netanyahu rispecchia. Ecco il maggiore ostacolo alla pace. E dire che siamo già stati a un soffio dall’accordo”.

Quando? Prima della guerra di Gaza?

“Proprio così. Olmert aveva fatto sapere al premier turco Erdogan d’essere disposto a restituire le Alture del Golan. Noi siamo entrati nel negoziato. Mancavano i dettagli finali sulla linea del 1967. Poi, ci fu la notte al telefono”. Ce la racconti. “Erdogan era in linea da Istanbul, Olmert a cena da lui, in un’altra stanza, e io qui a Damasco. Voleva parlarmi con urgenza. Restava un solo ostacolo ai colloqui diretti: l’accettazione da parte d’Israele di un documento in cui si delineava la linea del 1967, attraverso sei punti geografici, fra l’altro lungo il Lago di Tiberiade e il Giordano”.

E poi, com’è andata?

“Siamo stati al telefono ore e ore. Olmert era sfuggente, gli chiesi tramite Erdogan una risposta chiara. Lui propose di rinviare la decisione di pochi giorni, per consultarsi col suo governo. Ma poi, il quarto giorno, hanno sferrato la guerra di Gaza. Un’altra occasione mancata. E’ allora che la Turchia ha perso le staffe con Israele: s’è sentita ingannata”.

Il piano di pace arabo del 2002 è ancora sul tavolo?

“Questo lo discuterà il vertice della Lega Araba a fine mese a Doha. Il piano sarà probabilmente disattivato, come da un interruttore, in attesa di un partner in Israele”.

Però Obama parla di un nuovo ordine mediorientale. La mediazione americana conterà?

 “L’America è essenziale nel ruolo di garante, in quanto superpotenza. In più, soltanto Washington può premere su Israele. Il primato americano nella regione non è diminuito. Casomai è svanito il monopolio: nel mondo multipolare emergono altri protagonisti”.

Quali ha in mente? ”

La Turchia: ha coltivato i rapporti coi Paesi mediorientali, s’è assicurata fiducia e un posto importante nella mediazione, là dove gli Usa e l’Europa hanno fallito. Penso alla Francia di Sarkozy, oggi ha un ruolo vitale: ha aperto canali con le parti più influenti, ha colto i mutamenti nella regione, e s’è mossa in tempo saltando sulla locomotiva del treno in corsa”.

 Chi guida la diplomazia, Washington o Parigi?

“Entrambi: l’amministrazione Obama, ai primi passi, consulta Parigi. E Sarkozy, lo conoscete anche voi, ha una gran volontà di impegnarsi”.

Lei, signor presidente, si dice disponibile nella ricerca della pace, la mediazione con l’Iran, ma qual è il prezzo richiesto dalla Siria?

“E’ una domanda che sento ripetere da molti. Ma è la domanda sbagliata. Infatti qui non si tratta di premi politici per estorcere favori. Sento dire per esempio che la Siria vuole la fine delle sanzioni, il ritorno di un ambasciatore Usa. Ma questo riguarda l’America, non noi. L’isolamento non ci ha piegato, anzi rafforzato. Io m’aspetto risultati dalla collaborazione: la stabilità che si porta dietro la prosperità, disinnesca il terrorismo e l’estremismo; la pace, che non può darci Washington, ma la somma degli attori regionali. In conclusione, resta quel che valeva un tempo. Ve lo spiegherò con un aneddoto”.

Quale?

“Mio padre, il presidente Hafez al-Assad, nel 1990 a Ginevra disse a Bush: “Signor presidente, nessuno può contrastare la vostra forza militare. Ma se con una mano impugnate il fucile, con l’altra dovete afferrare un ramo d’olivo. Solo così sopravvivono le superpotenze”. Ecco il punto: per otto anni l’America ha sbagliato: ha agitato il fucile, e risolto niente: ha infiammato la regione, alimentato l’estremismo, il terrorismo”.

E adesso, che bisogna fare?

“Adesso bisogna spegnere quei fuochi con gli strumenti giusti: la soluzione politica dei problemi più urgenti, che danno un alibi al terrore: lo sviluppo economico e culturale, e in subordine un coordinamento delle Intelligence, anche con gli americani”.

Che attesa c’è per il discorso del presidente Obama al mondo musulmano?

“L’attesa è grande per un linguaggio nuovo che segnali il rispetto verso le altre culture, e aiuti a smorzare le tensioni, soprattutto religiose, causate da Bush quando parlava di crociate. La politica, si sa, è fatta anche di parole”.

In questa stagione di aperture all’esterno, come si riposiziona la Siria rispetto al consesso delle democrazie? Arriveranno le libertà civili promesse al Congresso del 2005?

“Il passo delle riforme s’è rallentato molto, è vero, ma non fermato. Ora che la pressione esterna è diminuita, procederà. Ad esempio aggiungendo il Senato, come ramo esecutivo liberamente eletto, al Parlamento per dare spazio all’opposizione; poi liberalizzando sempre più i media e l’Internet, e in seguito anche i partiti politici con una legge apposita. Però, tutto con gradualità, al nostro ritmo”.

Tirando le somme, signor presidente, potrebbe apparire un orizzonte più roseo?

“Sentite, all’inizio ci sono solo le speranze. Però possiamo….” Lei parla come Obama? “We can”, possiamo? “Già, ma lui intende “si può fare”, invece qui da noi serve il condizionale: “si può fare, se…”: “se” ci guardiamo dagli errori passati, “se” l’Europa ricava una lezione dalla sua assenza dall’arena politica, dalle divisioni sull’Iraq, l’appiattimento su Washington; “se” l’America accetta la sfida che il potere non poggia sulle armi ma sulla credibilità, la responsabilità. Allora sì, potrebbe apparire una svolta storica. Per ora siamo ai segnali…”

 Lei vorrebbe incontrare il presidente Obama?

 “Un incontro? Sì, in via di principio: sarebbe un segno molto positivo. Ma non inseguo una foto ricordo. Spero di vederlo, per parlare”.

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