Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

L’equazione mediorientale in una parola: missili

Posted by claudiacampli su 20 marzo, 2009

Israele.net

Da un articolo di Bradley Burston

(…) Non credo che, a migliaia di chilometri di distanza, nessuno possa realmente capire. Si considerino con attenzione i risultati delle elezioni in Israele e si vedrà che una chiara maggioranza dell’elettorato ha votato per partiti che si sono esplicitamente espressi a favore di un eventuale stato palestinese in Cisgiordania e striscia di Gaza, e che solo il 6% dei voti è andato a partiti che rifiutano categoricamente questa prospettiva.
Dunque, come si spiega il comportamento apparentemente incomprensibile di questi elettori? Quale comun denominatore – a parte le malvagie intenzioni attribuite dagli osservatori stranieri – può spiegare la continua occupazione della Cisgiordania con il rischio demografico incombente, e la rabbia furibonda e mal compresa di questa nazione israeliana etichettata come l’unica colpevole di ogni malefatta e, quando invece è vittima, come certamente meritevole delle malefatte che subisce? Ebbene, sembrerà incredibile, ma in tutto questo abbacinante e intricato bazar che è l’equazione mediorientale, tutto ciò si spiega con una sola parola: missili.
Furono i missili di Saddam Hussein del 1991 che ci portarono in questo processo di pace, e sono i missili palestinesi che oggi, giorno dopo giorno, stanno seppellendo quella pace una palata dopo l’altra. Fondamentalmente sono i missili, e non il razzismo, ciò che ha portato Avigdor Lieberman fin dove si trova oggi. E più di ogni altro fattore, sono i missili ciò che può spiegare cosa è accaduto alla sinistra israeliana, al Meretz e soprattutto al partito laburista.
Quando Saddam Hussein lanciò 39 missili balistici su Tel Aviv, su Haifa e su Dimona, mutò radicalmente il modo in cui gli israeliani consideravano l’importanza attribuita al mantenimento dei territori per ragioni di sicurezza. Tutt’a un tratto la minaccia arrivava da 1.500 chilometri di distanza, e dunque che senso aveva restare aggrappati e insediarsi stabilmente sui colli di Samaria, in Cisgiordania, o sulle dune sabbiose della striscia di Gaza settentrionale? Fu quello il principale fattore che spianò la strada all’avvio di ciò che sarebbe diventato noto come processo di pace, a partire dalla conferenza di Madrid dell’autunno 1991.
Nel 2005, neanche un giorno dopo che le forze israeliane avevano finito di sgomberare fino all’ultimo ebreo dalla striscia di Gaza, i palestinesi montarono rampe di lancio sulle rovine degli insediamenti appena abbandonati. E puntarono i loro missili non solo su Sderot, ma anche su alcuni di quei kibbutz che erano stati fra i più attivi sostenitori della causa di una Palestina indipendente a fianco di Israele. Questo gesto, e le migliaia di missili che seguirono, cambiarono di nuovo completamente gli israeliani, ponendo fine repentinamente al concetto di “terra in cambio di pace”: giacché nessuno qui, nemmeno il più ardente sostenitore dell’indipendenza palestinese in Cisgiordania, è disposto a lasciare che l’aeroporto Ben-Gurion, Tel Aviv e Gerusalemme finiscano sotto la costante minaccia di missili nemici. Tutt’a un tratto si è creato un nuovo consenso, e il processo di pace, il movimento pacifista e con esso i laburisti e il Meretz hanno ricevuto il benservito.
Dieci anni fa il leader dei libanesi Hezbollah, Hassan Nasrallah, elettrizzò gli estremisti islamisti, e in particolare quelli palestinesi, affermando che Israele era insicuro e fragile come una tela di ragno: una bella spallata di attentati suicidi e l’intera ragnatela sarebbe andata in pezzi.
Non ha funzionato. Il terrorismo suicida, di fatto, ha rafforzato e unificato Israele. Agli occhi del mondo post 11 settembre, poi, il terrorismo suicida stava mutato gli israeliani da cattivi in vittime, e i palestinesi dall’immagine di un novello David in quella di una versione raccapricciante e abominevole di Golia.
Ma ora Hamas guarda oltre. A questo punto, il miglior modo per distruggere Israele è lasciarlo esattamente com’è: dosare, regolare le salve di missili lanciati sui civili israeliani giusto quel tanto da renderli accettabili al resto del mondo ma assolutamente intollerabili per gli israeliani, e poi sedersi ed aspettare che demografia ed esasperazione facciano il miracolo. Nessuna meraviglia che i capi di Hamas ritenuti moderati si dichiarino disposti a una tregua anche di 50 anni: a quel punto gli arabi avranno semplicemente cancellato Israele dalla mappa geografica con la demografia e il voto.
Una chiara maggioranza degli ebrei israeliani lo sa bene. Ma non ho mai incontrato un solo israeliano, elettori del Meretz inclusi, che sia disposto a cedere la Cisgiordania quando già oggi Ashkelon è nel mirino dei tiratori e i missili partono senza soste. (…)

(Da: Ha’aretz, 17.03.09)

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