Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

«No al piano di pace americano»

Posted by Folco Zaffalon su 2 aprile, 2009

di Michele Giorgio – GERUSALEMME – Il Manifesto

ISRAELE

Non perde tempo Avigdor Lieberman, il leader dell’estrema destra israeliana nominato ministro degli esteri dal premier Netanyahu. Al suo primo giorno da capo della diplomazia, Lieberman ha escluso restituzioni territoriali ai palestinesi e ha messo in chiaro che Israele è vincolato solo al piano noto come Road map e non alle decisioni prese ad Annapolis (novembre 2007), il vertice mediorientale voluto dall’ex presidente Usa Bush con l’intenzione di rilanciare il negoziato israelo-palestinese.
«Sbaglia chi pensa che per mezzo di rinunce e concessioni Israele possa ottenere stima e pace. È vero il contrario, otterrà ancora guerre», ha tuonato Lieberman. Poi è passato all’attacco di Annapolis. «C’è un documento che ci obbliga e non è quello di Annapolis, che non ha validità» ha detto lasciando intendere che il governo si ritiene vincolato solo alla Road Map. La differenza non è marginale. La Road Map, approvata da Israele solo dopo l’accoglimento delle condizioni poste dall’ex premier Ariel Sharon, prevede una serie di passi successivi gli uni agli altri, a cominciare dalla «lotta contro al terrorismo» da parte dell’Anp di Abu Mazen prima dell’avvio di qualsiasi trattativa concreta. Ad Annapolis invece si è stabilito che al negoziato possa essere dato avvio senza precondizioni.
Dichiarandosi impegnato solo verso la Road Map, il governo israeliano torna a chiedere, prima di ogni altra cosa, che l’Anp di Abu Mazen faccia la guerra al movimento islamico Hamas, e di fatto congela la trattativa a tempo indeterminato. In appoggio a Lieberman è intervenuta una fonte del Likud, il partito di Netanyahu. «Non c’è alcun problema – ha detto – Lieberman ha preso le distanze da Annapolis come intende fare il governo».
Il problema è dei palestinesi. Un’onda d’ira ieri ha attraversato il quartier generale dell’Anp. «Lieberman non è un uomo che crede nella pace» e la Comunità internazionale deve rispondere alle sue «provocazioni» ha invocato il presidente Abu Mazen. L’Anp ora guarda a Washington ed esorta Obama ad intervenire. La reazione americana c’è stata ma non è andata oltre la ripetizione di una posizione ben nota. «Gli Usa sono impegnati nella creazione di uno Stato palestinese democratico coesistente in pace e sicurezza con Israele», ha detto Mike Hammer, il portavoce del Consiglio per la sicurezza nazionale.
Accantonata subito l’«irrilevante» questione palestinese, il governo Netanyahu punta all’Iran. Confermando l’opinione di molti, l’analista di Ha’aretz Aluf Ben ha scritto che la probabilità di un attacco israeliano agli impianti nucleari in Iran è molto aumentata dopo l’insediamento del nuovo governo. Citando personalità politiche vicine a Netanyahu, Ben ha riferito che il premier avrebbe già deciso di lanciare un massiccio raid aereo. Nelle Forze armate israeliane invece le opinioni sono diverse, ha aggiunto il giornalista. Accanto a chi pensa che un attacco agli impianti iraniani potrebbe dare tre o quattro anni di tempo alla diplomazia internazionale per costringere l’Iran a desistere dal suo programma nucleare, tanti altri ritengono che un attacco all’ Iran rischierebbe di provocare una guerra in tutta la regione. Netanyahu può ordinare ai suoi cacciabombardieri di dirigersi verso Teheran senza ottenere il via libera dell’Amministrazione Obama? Secondo l’esperto di relazioni Tel Aviv-Washington, Gerald Steinberg, «Israele non ha bisogno di alcun permesso ma prima di attaccare informerà gli Usa che hanno forze militari nel Golfo».
L’opinione pubblica israeliana e parte dei media locali invece ritengono rilevanti altre questioni più della prossima guerra. Si sono sprecati fiumi d’inchiostro per condannare l’«elefantiaco» governo Netanyahu che con i suoi 30 ministri e 7 sottosegretari sarebbe «il più grande al mondo». Secondo una buona fetta della popolazione Lieberman non ha le qualità per il suo incarico ma nessuno critica le sue posizioni razziste e anti-arabe. Altri criticano la nomina di un fedelissimo del premier, Yuval Steinitz, a ministro delle finanze.
Niente critiche al contrario per il ministro della difesa Barak, «guida» della guerra a Gaza (oltre 1.300 palestinesi uccisi), mentre tanti arricciano il naso per la riconferma del religioso ortodosso Eli Yishai al ministero dell’interno. Un altro esponente dello Shas, Ariel Atias, sarà ministro dell’edilizia, competente anche per le oltre 120 colonie israeliane nei Territori occupati che – comprese quelle di Gerusalemme est – hanno raggiunto i 450.000 abitanti. Un capo dei coloni, Daniel Hershkovitz, sarà ministro della ricerca scientifica. I laburisti, foglia di fico del governo di destra, hanno ottenuto ministeri secondari, ad eccezione di Barak.

http://www.ilmanifesto.it/il-manifesto/in-edicola/numero/20090402/pagina/10/pezzo/246350/

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