Rassegna Stampa Elezioni Israeliane 2009

Monitoraggio attraverso i media internazionali delle elezioni in Israele del Febbraio 2009

Israele: Likud-Labour, un abbraccio mortale

Posted by claudiacampli su 3 aprile, 2009

LIMES

25 marzo 2009

di Umberto De Giovannangeli

Ehud Barak in nome delle emergenze economica e di sicurezza cerca di trasformare una disfatta elettorale in un vittoria politica, al costo di una scissione o addirittura della disintegrazione del Labour israeliano.

Il “piccolo Napoleone” vince la battaglia delle poltrone. Ad un prezzo altissimo: la disintegrazione del partito che per decenni ha fatto la storia dello Stato d’Israele: il Labour. Un abbraccio mortale. Un “suicidio assistito”, per dirla con la velenosa malizia del “Jerusalem Post”. Di certo, il voto lacerante con cui il Comitato Centrale del Labour ha avallato l’intesa di governo con il Likud di Benjamin Netanyahu, segna un passaggio cruciale per il partito che ha segnato la storia del movimento sionista. Un punto di non ritorno.

Per Barak si è trattato di un sacrificio necessario
. Necessario per frenare una deriva a destra del nascente esecutivo. Necessario per non entrare in rotta di collisione con la nuova politica mediorientale dell’Amministrazione Obama. Necessario per far fronte ad una recessione che potrà avere ricadute devastanti per le fasce più deboli della società israeliana. Verità parziali che, messe insieme, non danno conto di un azzardo che rischia di seppellire politicamente ciò che resta della sinistra israeliana.

Trasformare una disfatta elettorale in una vittoria politica. E’ il grande azzardo del “piccolo Napoleone”. Travolto dal voto del 10 febbraio, che ha portato il Labour al suo minimo storico (13 eletti alla Knesset, quarta forza politica del Paese, superato anche da Israel Beitenu, il  partito dell’ultradestra laica di Avigdor Lieberman), Barak ha puntato tutto sulla massimizzazione della sua presenza nel nascente esecutivo a guida Likud. In chiave interna e, soprattutto, internazionale.

Un’operazione spregiudicata, che sconta una probabile scissione all’interno del partito in nome di una “governabilità” che, nei piani di Barak, dovrebbe riportare a casa quei voti persi dal Labour in favore di Kadima, il partito centrista della ministra degli Esteri Tzipi Livni, che ha scelto, contro l’ala “governativa” del partito, la via dell’opposizione, puntando su una rapida dissoluzione della variegata maggioranza messa assieme da Netanyahu.

“Con noi al governo Israele
non abbandonerà la strada del negoziato con i palestinesi”, sottolineano i più stretti collaboratori del riconfermato ministro della Difesa. E nel sostenerlo si fanno forti del programma di coalizione nel quale si fa un (generico) riferimento al negoziato con i palestinesi (senza citare però l’Autorità Nazionale del presidente Mahmud Abbas) e al rispetto degli accordi sottoscritti dai precedenti governi. Ma in quel programma non c’è alcun riferimento ai contenuti di una pace possibile, né viene mai citato il principio, rilanciato dalla Conferenza di Annapolis (novembre 2007), dei due Stati per due popoli.

Nel “sacrificio di Ehud” è condensato il malinconico tramonto del Partito che fu di David Ben Gurion, Golda Meir, Yitzhak Rabin…C’è l’assunto che si conta solo se si manovrano le leve del potere. Le radici della sinistra vengono recise. La “garanzia sono io”, sembra voler affermare Barak. Io che ho guidato sapientemente la guerra di Gaza, giocando sul terreno proprio della destra, quello della forza militare come garanzia della sicurezza d’Israele. Il voto non l’ha premiato, ma questo sembra essere un dettaglio insignificante per il soldato più decorato d’Israele. Al governo per dimostrare di esistere. Di contare.

L’emergenza economica e quella (perenne)
della sicurezza, finiscono così per cancellare ogni riflessione seria nella sinistra israeliana sulle ragioni profonde della sua progressiva marginalità sociale, culturale, identitaria in un Paese che da tempo non è più quello egemonizzato dalle èlite ashkenazite e dal modello socialista dei kibbutz. Si governa per non morire. Ma si “muore” nel governare. Israele avrà forse un governo più presentabile. Ma perderà un pezzo della sua storia.  .

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